Palermo – Stavolta è da una sala bingo che riemergono i rapporti tra la mafia statunitense e quella siciliana. Un intreccio di parentele e interessi che coinvolge gli “scappati” rientrati a Palermo,il latitante Salvatore Lo Piccolo, e quel residuo di “ala corleonese” di Cosa Nostra – contrapposta a Lo Piccolo – indebolita se non decapitata dagli arresti del 2006. E dalle carte raccolte dal Dipartimento mafia-economia della Procura di Palermo, di legame in legame (di sangue e di frequentazioni) spunta il nome di Rosario Gambino, il trafficante di droga detenuto negli Usa che un giudice di Los Angeles ha impedito venisse spedito in Italia paventando “la tortura” del “41 bis”, il carcere duro riservato ai boss.

Al centro del “caso” c’è un grande locale in viale Regione Siciliana, dentro il quale è stata costruita la sala bingo “Las Vegas”, una delle più grandi d’Europa, sequestrata ieri dalla polizia e dalla Dia dopo un’indagine condotta dai pubblici ministeri di Palermo Buzzolani, Gozzo, Ingoia e Paci. I quali nelle loro inchieste mettono in luce “il dato inedito della coesistenza di interessi nel lucroso affare del bingo sia di soggetti legati agli “scappati”, perdenti della seconda guerra di mafia, sia di fedelissimi ai “corleonesi”, e cioè di coloro i quali avevano invece vinto la guerra di mafia all’inizio degli anni ottanta”.

L’immobile del “Las Vegas” era già stato sequestrato perché risultava di proprietà di Nino Rotolo, il capomafia “di osservanza corleonese” arrestato nel giugno 2006. Dentro, la sala giochi era invece gestita da una società che secondo l’accusa è “per almeno il 20 per cento di intestazione fittizia a un gruppo di associati mafiosi”. A rivelarlo agli inquirenti è stato lo stesso Rotolo,che nelle conversazioni intercettate per alcuni mesi dalla Squadra Mobile ha di fatto ammesso che il vero affittuario del locale,tale Vincenzo Marcianò, gli aveva nascosto che nell’affare era coinvolto anche Vincenzo Mannino, a sua volta collegato agli Inzerillo rientrati dagli Stati Uniti dopo l’ “esilio” imposto dai corleonesi. Omissione grave, secondo Rotolo, tanto che in una intercettazione gli investigatori lo sentirono dire: “Io con Enzo (cioè Vincenzo Marcianò) è da più di un anno e mezzo che non mi ci vedo più….. E’ nato troppo tardi in questa Cosa!…Non lo sa che qua determinate cose,diciamo,pesano….”

Poi c’è il bar interno al locale, gestito da Salvatore Greco che, scrivono i magistrati, “era in costante contatto con l’ultimo rampollo di una “nobile” famiglia mafiosa americana, Tommaso Gambino, e tramite questi con la mafia statunitense ed in specie con esponenti della stessa molto attivi nella gestione e nel riciclaggio di beni di illecita provenienza”. L’attività, secondo l’accusa, coinvolge anche il figlio non latitante del boss Lo Piccolo, Claudio, e garantirebbe la realizzazione di “un nuovo stabile ponte tra la mafia siciliana e quella americana,così creando le premesse per una più ampia e generale riconsiderazione della politica di Cosa Nostra palermitana nei confronti dei cosiddetti “perdenti” “scappati”, tra i quali la famiglia di maggior rilievo è indubbiamente quella degli Inzerillo”. Politica portata avanti proprio da Lo Piccolo.

Tommaso Gambino, nato a New York nel 1971, è il figlio di Rosario, che dopo 22 anni e mezzo scontati in una prigione americana è ora nuovamente detenuto in California, in attesa di essere rimandato in patria. Non per un’estradizione chiesta da Roma, precisa il suo avvocato Daniele Francesco Lelli, ma perché essendo cittadino italiano (a differenza dei figli) gli Usa lo vogliono rispedire a casa. Tommaso, incensurato, ogni volta che è venuto in Italia è stato pedinato, e sono venuti alla luce i suoi “costanti contatti” con Claudio Lo Piccolo, 29 anni, “unico appartenente alla famiglia mai raggiunto da provvedimenti restrittivi”. Particolare da approfondire, secondo gli inquirenti che hanno anche “monitorato” un viaggio di Claudio a New York, nel 2005, durante il quale s’è incontrato con Tommaso Gambino.