Michele Meloni corrispondente da UDINE La dipendenza è simile a quella dall’alcol e dalle droghe, la sfida è identica a quella degli sport estremi, ma in più c’è la maledetta ossessione del divertimento che si fa vizio, il demone del gioco possiede e rilancia una sfida impossibile con se stessi per coprire insicurezze e sofferenze profonde. Questo è il profilo psicologico dei primi 43 giocatori d’azzardo che in Italia si stanno sottoponendo a una terapia di riabilitazione sperimentata in Friuli dallo psicoterapeuta Rolando De Luca, fondatore dell’Agita, l’associazione nata per fronteggiare la dipendenza da roulettes, video-poker, per liberare chi sacrifica beni e affetti all’azzardo.

Ieri a Campoformido è stato presentato il primo bilancio dell’attività dei tre gruppi terapeutici che coinvolgono anche i famigliari delle vittime del gioco (in tutto un centinaio di persone), parte attiva nell’opera di salvataggio dei loro cari. «Il gioco d’azzardo è una vernice che copre sofferenze molto più forti sulle quali incentriamo il nostro lavoro di recupero», ha spiegato De Luca. Una terapia che evoca l’esperienza degli alcolisti anonimi e il trattamento dei tossicodipendenti, ma con alcune differenze legate alla componente divertimento della patologia, che all’inizio cattura il giocatore fino a togliergli ogni resistenza (e ridurlo sul lastrico). «Sono i famigliari i primi a chiederci aiuto - ha spiegato De Luca -. Noi lavoriamo con loro e soltanto dopo arrivano i giocatori: quando hanno toccato il fondo».

In Italia - è stato ricordato -, secondo stime pur sempre approssimative, si spendono circa 50 mila miliardi per il gioco legale e illegale. Lo praticano circa 30 milioni di persone (rapporto uomo-donna è di 4:1). I video-poker sono l’ultima e più travolgente passione (se ne contano 700 mila) e l’età media del giocatore è in caduta libera (il 40% ha tra i 25 e i 44 anni). La terapia adottata dal pool di De Luca, che ha speso cinque anni per perfezionarla, prevede alcune sedute preliminari per preparare il giocatore «pentito» e i suoi famigliari a farsi gruppo terapeutico «che produrrà cambiamenti profondi nello stile di vita». Dopo due anni di trattamento «possiamo considerare superata la fase del gioco-non gioco. Emergono però ansia, rabbia, angoscia relative a una vita che comincia a essere considerata dal giocatore senza particolari rischi, non condotta al limite». E’ questo il momento più difficile del trattamento riabilitativo: terapeuta e gruppo «portano alla luce ciò che il gioco d’azzardo copriva come fosse una spessa coltre di ghiaccio» e nella maggior parte dei casi raggiungono l’obiettivo del pieno recupero nell’arco di un anno.

Tra le ragioni che indurrebbero al gioco d’azzardo è presenta una scarsa considerazione di sé. Si tratta prevalentemente di lavoratori autonomi (73%, contro il 27% dei lavoratori dipendenti). Non ci sono disoccupati.

I dati forniti da De Luca a cinque anni dall’avvio delle sperimentazioni, sono confortanti: è vero che il 30% abbandona la terapia all’inizio, ma dei restanti il 90% abbandona definitivamente il tavolo della roulette (del gruppo in trattamento sono saliti a 36), mentre il restante 10% riduce il gioco a mano a mano che partecipa alle sedute.