BOLOGNA. «Forse lo fanno per far arrivare soldi nelle casse del partito. O forse no, chissà...». Tolomeo Bersano ha passato una vita alla mensa dell'Atc di via San Felice, l'azienda dei trasporti metropolitani di Bologna. Perché l'Atc ha finito per diventare una Casa del popolo come le altre, dove il tempo del dopolavoro si suddivide in quattro lotti: le bocce, le carte, la tombola e, naturalmente, il partito, prima quello comunista, poi il Pds, oggi i Ds, domani non si sa. Ma adesso che l'ex mensa è candidata a diventare una sala per il bingo, qualcosa nell'orizzonte di Bersano si è messo a soqquadro, il mondo si è rovesciato, come in quelle miniature medievali dove i papi hanno orecchie d'asino e i cinghiali dettano la dottrina. C'è un po' di nervosismo sotto le due torri. Per lo meno da quando è partita la corsa alle 7 sale da bingo che spettano a Bologna delle 31 assegnate all'Emilia Romagna. Una torta ricchissima, con 420 concessioni di Stato per altrettante sale da 1000 metri quadri, ciascuna delle quali promette di rendere dai 70 a 150 miliardi l'anno, con un fatturato complessivo di 3.500 miliardi annui. Che c'è di così strano? Lo Stato gestisce e concede da sempre l'appalto del gioco d'azzardo. Già, ma questa storia è un po' speciale e vale la pena di raccontarla, perché i protagonisti, a Bologna, ma anche altrove, sono i compagni diessini. Sono loro, prevalentemente che stanno trafficando alacremente attorno al business del bingo. E sempre loro che litigano, si dividono lotti e competenze, rigorosamente rispettosi di un loro manuale Cencelli, che assegna un tanto al correntone veltroniano, un tanto a quello di D'Alema. Come dice qualcuno, «una vicenda di lotto e di governo». Tutto regolare, diciamolo subito. Concorrere all'asta per il bingo di Stato, gestirlo, allestire sale è perfettamente legale. E' solo curioso come ci si è arrivati. Tutto comincia con il congedo di D'Alema da Palazzo Chigi e l'uscita di scena dei D'Alema boys, i suoi fidi consiglieri e manager. Loro, solo apparentemente disoccupati, sanno per tempo che l'Italia si appresta a dare il nulla osta all'introduzione del bingo, che in Spagna e in Gran Bretagna va fortissimo. E allora ci si buttano. Nell'estate del 1999 nasce una società di nome Formula Bingo, per metà posseduta da una banca, la London Court, a sua volta guidata da un vecchio amico di D'Alema, Roberto De Santis. Così amico che è stato lui a cedere al leader diessino la fin troppo nota barca Ikarus. Ma la London Court ha un altro azionista al 50%, la Chance Mode Italia, il cui patron è un altro amico di D'Alema, quel Luciano Consoli - già militante del Pci sezione Trastevere - che è stato editore della Voce di Montanelli (quotidiano, come si ricorderà, di breve vita) e quindi di Liberal (periodico che ha chiuso i battenti qualche mese fa), oggi membro del cda del Poligrafico dello Stato. Formula Bingo alloggia in via San Nicola de' Cesarini a Roma al numero 3. Un indirizzo importante, affollato di vip, questo numero 3: allo stesso numero civico c'è la sede della Fondazione Italianieuropei (il think tank creato da D'Alema dopo l'uscita di scena dal governo) e ci sono anche gli uffici dell'Unità on line e pure quelli del costruttore Alfio Marchini (amico di D'Alema e a suo tempo candidato a rilevare l'agonizzante Unità). Fine? No: sempre lì ci sono gli uffici di Reti, la società di consulenza fondata da Claudio Velardi, Antonio Napoli e Massimo Micucci, tutti ex D'Alema boys. E' qui che - mentre l'allora presidente del Consiglio D'Alema promette agli italiani una legge per arginare la piaga dei video-poker - questi bravi ragazzi progettano di mettere le mani su una buona fetta del bingo di Stato assicurandosi un certo numero di sale. Finché un giorno ci si mette di traverso Francesco Cossiga, ironizzando sulla London Court e sulle sue mire. Scottati, gli uomini del bingo fanno brusca marcia indietro e cambiano strategia: fondano la Formula Bingo Service, società che offrirà le sale bingo chiavi in mano a chi si aggiudicherà gli appalti. Il terziario avanzato, per capirci, con un sensibile allargamento ad altri partner. E una ciliegina sulla torta: il presidente della società è Vincenzo Scotti, ma sì, proprio lui, l'inossidabile ex Dc, oggi presidente della Link University di Malta. Torniamo a Bologna. Perché qui la strategia è di nuovo ribaltata. C'è un certo Fabio Querci, giovane consigliere di zona diessino, che sta cercando di selezionare le più promettenti sale da bingo della città. Lui lavora per conto della Playservice, società emanazione di altre tre società, ma - vox populi - di stretta osservanza veltroniana. La Playservice, comunque, fa capo ad Alfredo Medici, tesoriere (o ex, come si vedrà) della federazione diessina di Reggio Emilia. Tra Playservice e Formula Bingo, i due poteri forti del fu Bottegone sono equamente rappresentati. «Non è assolutamente vero - proclamano alla segreteria cittadina di Bologna - perché al presunto business del bingo la nostra federazione è estranea. Inoltre, dice il tesoriere cittadino Mauro Roda, le nostre fonti di autofinanziamento sono circoscritte al tesseramento, alle sottoscrizioni liberali e alle feste dell'Unità e le dichiarazioni di Fabio Querci impegnano solo lui stesso». Diranno poi che quel Medici non è neanche più tesoriere. Tira brutta aria all'ombra delle Torri. Schiacciati fra l'intraprendenza dei reggiani e i grandi disegni dei romani, i bolognesi si sentono stretti e senz'altro anche un po' incavolati, soprattutto in ciò che resta della base del partitone. «Lo so, chiudono le Case del popolo e aprono le sale da bingo», ammettono all'Atc. «Cosa vogliamo farci?». Ma c'è anche chi gongola: in un'agenzia immobiliare di via dell'Indipendenza stanno già ritoccando verso l'alto i prezzi immobiliari. «E' l'effetto bingo, caro signore, lo sa quanti vengono a offrirci vecchi cinema, sale da ballo, antiche bocciofile sperando che qualcuno le trasformi in una sala da bingo? Perfino Cecchi Gori...». Arrendiamoci: avremo - per lo meno in Emilia - il bingo di lotta e di governo. O, come avrebbe detto Humphrey Bogart, «E' la new economy formato diessino, bellezze, e voi non potete farci nulla...»