È quasi un controsenso che io, allieva del grande Leonardo, amante del gioco (quello che salva la vita), percorra questo cammino di controcanto. Qui però siamo sul terreno pericoloso che ho messo tra parentesi, ma che in realtà è un problema centrale: il gioco d'azzardo. Sono stata spinta a farlo dalla lettera accorata di una madre che si rivolge alla mia sensibilità di donna e al mio modesto «potere (?) di comunicare», perché si parli di questa droga sotterranea (e torniamo ai «fiumi sotterranei», questa volta inquinanti e velenosi, e non bacini d'acqua salutare da far venire in superficie) per dare informazioni per lo più note solo agli addetti ai lavori.
Dunque, iniziamo questo pellegrinaggio tra slot machine e macchinette di videopoker, tra scommesse di tutti i tipi, tappeti verdi, schedine, lotto e dintorni. Stiamo parlando, beninteso, non del piacere del gioco, ma di una vera e propria dipendenza. Definisco subito il concetto. Si dipende da qualcosa o qualcuno quando non se ne può fare a meno e anzi se ne assumono «dosi» sempre maggiori, in assenza delle quali si verificano veri e propri fenomeni di crisi da astinenza. Stiamo parlando di un disturbo compulsivo, che trascina il giocatore verso abissi sempre più profondi generando l'ossessione per il gioco.
La signora che mi scrive è allarmata per il problema di suo figlio. Ma ci sono figli preoccupati per i genitori, mogli per mariti e viceversa, amici che vorrebbero salvare un amico e così via. Ci sono storie di disperazione senza fondo.
Punto primo, dunque, la patologia. Come accade nei casi di malattie contagiose, piano piano si estende anche a tutti coloro che stanno vicini al giocatore, non nel senso che comincino a giocare anche loro, ma che il patrimonio di tutti a poco a poco viene dilapidato con conseguenze gravissime e baratri economici dai quali a volte qualcuno esce anche decidendo di lasciare la stessa vita.
Naturalmente non scrivo basandomi su nozioni personali o sul sentito dire, ma riporto soprattutto il parere di esperti e di chi ha condotto inchieste scrupolose su questo delicato e sconosciuto tema. Da scrittrice, c'è un testo che mi sento di consigliare a quanti vogliono capire l'universo delle storie estreme, con alcune delle quali si identificheranno sicuramente. L'ha scritto una giornalista che sa raccontare e comunicare, Silvana Mazzocchi. Ha un titolo geniale che centra in pieno il problema: «Mi gioco la vita».
Questo purtroppo accade, infatti. Coloro che sono affetti da una simile dipendenza sappiano che non si giocano solo i soldi, ma anche e soprattutto gli affetti e l’intera esistenza. Ma vorrei che arrivasse alla loro coscienza anche una frase molto dura e tranchant sentita in bocca al direttore di una delle più potenti banche mondiali: «Nel gioco d'azzardo i soldi si separano dai cretini».
No comment. Comunque, in questa dinamica di allontanamento del denaro da chi se ne priva con scellerata facilità, lo Stato naturalmente sta «alla cassa» e non fa certo nulla per evitare di guadagnare mucchi di denaro alla faccia di questi «cretini».
Il modus operandi dei giocatori è che se vincono giocano perché dispongono di soldi in eccesso e quindi si sentono liberi di rischiare, se perdono rischiano anche ciò che non hanno, pur di rifarsi. E' un circolo vizioso dal quale spesso non si esce tanto facilmente come si può immaginare.
I risultati più preoccupanti, ribadisco, sono che queste persone mettono in gioco rapporti sentimentali, posti di lavoro, rischiano di perdere non solo la fiducia delle banche, ma anche quella delle persone che gravitano intorno alle loro vite. Perdono figli e compagni di vita, si vedono chiudere le porte non solo dai datori di lavoro, ma anche dai propri genitori. Piano piano si ritrovano soli e carichi di problemi. Hanno paura del futuro e talvolta non riescono a vederlo.
Il rischio di perdersi è grande, perché una rovina porta con sé altre rovine: reati per ripianare voragini di debiti, maglie di ricatti nelle quali il giocatore può trovarsi imprigionato se entra nel giro di quanti gravitano intorno a queste miserie umane per arricchirsi, umiliazioni, punizioni da parte dei tutori della legalità, disperazione per l’impossibilità di rimediare agli errori quando è troppo tardi, anni e anni di sacrifici non solo economici per risalire la china.
Le storie del libro parlano chiaro. Chiaro sul buio intendo, che all’inizio invece appare come uno sfavillio di luci, una girandola di emozioni, un vortice di illusioni, un fuoco d’artificio di benessere ed euforia. E poi le ceneri, così come la depressione è la cenere della maniacalità che consuma tutte le energie e le risorse. «Un giorno potrò rischiare per vivere»: è la frase di uno dei troppi giocatori che hanno toccato il fondo dell'abisso, e che deve far riflettere. Rischiare per vivere e non per perdersi e giocarsi l'intera esistenza. Sono certa che qualcuno dotato di buona volontà, che segua attentamente la tappa di questo pellegrinaggio, potrebbe fermarsi in tempo prima di trovarsi in fondo a un pozzo buio e senza più speranze.
I lettori dell'Adigetto.it sono in qualche modo fortunati, perché proprio in provincia di Udine, a Campoformido (non è proprio vicino, ma certamente non troppo lontano), esiste un Centro specializzato nella terapia del gioco d'azzardo diretto anche alle famiglie (per ulteriori informazioni rimando al sito www.sosazzardo.it e all'indirizzo di posta elettronica agita@sosazzardo.it. Inoltre, il responsabile del Centro, dottor Rolando De Luca, è a disposizione delle famiglie tutti i giorni dalle 10 alle 11 e 50 al numero 0432-728639). Un missionario, non c’è che dire.
In questo labirinto in cui molti non riescono a trovare né la via d’uscita né il filo di Arianna cerco di fissare dei punti fermi come bandierine.
Per quel che ho imparato, il gioco d'azzardo è sempre il sintomo di un malessere più profondo, e i centri specializzati mirano proprio a stanare la sofferenza esistenziale che genera questo tipo di cancro, ahimè poche volte benigno, ma che anzi si rivela tumore con metastasi estese all'esistenza propria e, quel che è peggio, anche altrui. Gli effetti collaterali, se così li vogliamo chiamare seguitando a usare un gergo clinico, sono: calo dell'autostima, cambio di carattere, sdoppiamento della personalità, ansia, irascibilità, che si manifestano in individui dal comportamento irresponsabile i quali perdono la capacità di gestire la propria volontà. Il rapporto con le persone intorno è improntato in gran parte sulla menzogna, oppure sul silenzio relativo alle perdite. Il giocatore dunque è un abile mentitore e dissimulatore.
Denominatore comune delle storie di chi si gioca la vita è il «senso di onnipotenza».
Cosa genera il fascino del richiamo del gioco d’azzardo? Incassi immediati, dunque soldi facili e leciti, voglia di evasione e oblio di tutti i problemi, piacere con punte alte di adrenalina, ebbrezza del rischio, tuffo nell'irrealtà e illusione. Prevalgono senso di predominio, spavalderia e orgoglio.
La madre che mi scrive riferisce una frase emblematica del figlio, lucidamente consapevole di ciò che gli accade (ma il sapere non basta, conta il saper agire).
«Ho perso tutti i parametri, – dice. – Il suo gioco consiste nello scommettere in internet sui risultati delle partite di calcio, non maneggia soldi reali, ma numeri che diminuiscono o aumentano, che vanno e vengono da una specie di conto virtuale abbinato alle scommesse. Cosicché perdere o vincere si traduce solo in una modifica di numeri che compaiono sulla videata. Ma il pane quotidiano si va poi a comprare con monete sonanti.»
La madre riferisce un particolare. Suo figlio (che non vive con lei, e neppure nella stessa città) pratica questo tipo di gioco da una decina di anni, ma ora la situazione è peggiorata dopo la morte del padre con cui il ragazzo viveva, nel senso che avendo ereditato una cifra considerevole ha potuto puntare di più nella folle illusione di un arricchimento senza fatica, ma tra vincite e perdite alla fine ha dilapidato tutto quello che aveva e ha contratto anche forti debiti. Inoltre è anche quasi senza lavoro.
Ne parlo con l'esperto, il quale mi dice «Il problema di questo ragazzo è che purtroppo avrà due lutti da elaborare: la perdita del padre e la perdita del gioco. Il ragazzo scommette perché vuole restare bambino (vuole giocare, appunto) ed è preso dall'ansia di assumersi delle responsabilità, quindi di crescere».
Il gioco d'azzardo patologico è inserito nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali e ha anche un acronimo: ridotto alle iniziali, la sua sigla è DAP. Naturalmente è curato come i disturbi di questo genere: psicoterapia e a volte anche con farmaci. La frase di rito cher ormai gli esperti conoscono a memoria (comune anche ai drogati da sostanze stupefacenti) è posso smettere quando voglio. Sia che pronunciate queste parole, sia che le stiate a sentire, non credeteci: sono frutto di un'ennesima illusione. Il giocatore compulsivo non può farcela da solo, deve essere aiutato.
Ma la parola d'ordine che arriva dagli esperti è: «Non dargli denaro». Non è questo l'aiuto di cui hanno bisogno. Il giocatore non dovrebbe maneggiare soldi, né assegni, né carte di credito. Certo, per il figlio della madre che mi scrive, che vive da solo dopo la morte del padre e per di più in un’altra città, la questione è più complessa prima di tutto per l'età («è molto difficile convincere un giovane ad andare in terapia», fa notare il dottor De Luca) e poi perché non ha nessuno che possa controllare i suoi comportamenti e gestire per lui il denaro fino a quando non sarà uscito dal tunnel.
Quindi, la vita di quel ragazzo è quasi interamente nelle sue mani e dipende dall'acquisizione di consapevolezze e forte determinazione a voler crescere.
E la madre? Cosa può fare la madre? Ricordo la frase di una donna disperata che diceva a un terapeuta «Cosa posso fare? Ho fatto questo... ho fatto quello... cosa posso fare di più?»
Risposta dell'esperto «Signora, provi a fare qualcosa di meno».
Quindi tutti i genitori che fanno l'impossibile per i figli sappiano che loro non hanno bisogno della coperta costantemente rimboccata, delle ferite leccate per amore o per pietà, di chi sempre insomma provvede a loro senza limiti. I genitori devono saper mettersi da parte ed evitare di lasciarsi coinvolgere troppo, se non vogliono che alla fine anziché una vittima ce ne siano due, tre, quattro, mentre l'esistenza del figlio è più che mai compromessa. In sostanza, bisogna imparare a dire di NO.
Certo che il SÌ è più facile e qualche volta anche comodo, ma i NO spesso fanno crescere sia chi li pronuncia, sia chi li riceve.
Che dire, cari pellegrini? Riabilitiamo il gioco puro, feconda fuga dalla vita, ma non lasciamoci contagiare dal vizio. Alla signora che mi scrive e a tutti coloro che disgraziatamente sono in contatto con realtà del genere dico: fatevi guidare da chi conosce il problema per sapere di quali aiuti reali il giocatore ha bisogno. In questi casi la vita non si improvvisa e troppe volte ci si può trovare a camminare su un terreno minato, disseminato di esplosivi che noi stessi inconsapevolmente abbiamo messo, complici di un fallimento.
Chiudo con una citazione del mio Maestro, e scusate se stavolta sono stata più lunga del solito.
«L’anima, che in tale architettura abita, quale essa si sia, ella è cosa divina: sicché lasciala abitare nella sua lopera a suo beneplacido, e non volere che la tua ira o malignità distrugga una tanta vita, ché veramente, chi non la stima, non la merita.»
Chi non stima la vita, non la merita. Parola di Leonardo. Altro pensiero profondo su cui riflettere.
Davincianamente vostra