Redattore Sociale
06 ottobre 2008
Gioco d'azzardo.
Nessuno e' immune dal rischio della dipendenza
Non ci sono stereotipi né identikit del giocatore-tipo. Il consiglio dell'esperto: ''Per essere sicuri di non cadere mai in trappola l'unica scelta possibile è di non giocare mai''
di gig
CAMPOFORMIDO (Ud) – Non ci sono persone più o meno portate alla dipendenza da azzardo. Ci possono cadere tutti, Lotto dopo Lotto, Gratta e vinci dopo Gratta e vinci, scommessa dopo scommessa. E quando la situazione sfugge di mano è già tardi. L’unica possibilità è di riuscire a realizzare che si ha bisogno di aiuto. Come fare a non sviluppare una dipendenza? “Non giocare mai”: non ha dubbi Rolando De Luca, responsabile del Centro di Campoformido.
Chi cade nella rete può essere sposato o single, giovane o adulto, uomo o donna: non ci sono stereotipi, non ci sono identikit. L’esperto cita ad esempio il caso di un insospettabile dipendente di banca abilissimo nel suo lavoro, che però ha sviluppato una dipendenza da gioco in borsa che lo ha portato a indebitarsi oltre il pensabile. La sua sarà una delle testimonianze del convegno del 12 ottobre a Campoformido.
I dati in possesso dell’associazione A.Gi.Ta rendono ben conto della varietà di persone catturate dal gioco: “Tra le oltre duecento persone che partecipano ai nostri dieci gruppi – elenca De Luca – il 71% sono sposate o conviventi e quasi la totalità ha licenza media o diploma. Il 27% frequentava il casinò, il 18% giocava alle new slot, il 18% al Lotto, il 12% al Superenalotto, l’8% al Gratta e vinci, il 6% ai cavalli”. Pressoché tutte le età sono rappresentate equamente, ma la predominanza in generale è del sesso maschile. “Il 55% dei giocatori è costituito da lavoratori dipendenti” aggiunge De Luca che segnala come nessuna delle persone in terapia fosse disoccupata. “Il 90% dei giocatori che partecipa alla terapia non gioca più d’azzardo – conclude De Luca –, mentre il restante 10% continua a giocare anche se in misura inferiore”.
Il vicepresidente di A.Gi.Ta Maurizio Cechet è un ex giocatore, entrato in terapia nel 2003: “Il meccanismo che si innesca è assolutamente banale – spiega -, si esce con un amico, si va a giocare per divertimento e si inizia...”. Come uscirne? “ Io ne sono uscito dopo una nottata insonne, nel 2003, che è stata l’ultima di gioco per me. La mattina dopo ho realizzato per la prima volta che avevo bisogno di aiuto. Ho chiamato quindi De Luca con un cellulare che non ricordo neanche da chi mi sia stato prestato, ho fatto il colloquio e dopo pochi giorni ho iniziato la terapia”.
Un monito arriva da De Luca: “Non chiamatelo gioco, perché si dà una veste perbenistica a una cosa che ha un altro nome: azzardo, dipendenza”.