Redattore Sociale
06 ottobre 2008
Gioco d'azzardo
L'esperto: "Chi conclude il percorso di cura non torna all'azzardo"
In Friuli Venezia Giulia un convegno nazionale organizzato dall'Associazione degli ex giocatori e delle loro famiglie. Indagine sperimentale sulle emozioni di chi dipende dal gioco
di gig
CAMPOFORMIDO (Ud) - Il gioco d'azzardo, le terapie per combatterlo, gli effetti sui familiari, le vie per tornare a una vita normale saranno al centro del convegno nazionale giunto alla terza edizione e organizzato da A.GIT.A. (Associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie) di Campoformido, dalle Caritas diocesane del Friuli Venezia Giulia e dalla Consulta nazionale antiusura di Bari. L'iniziativa si svolgerà domenica 12 ottobre alle ore 9 nel Centro polifunzionale del Comune di Campoformido.
«L’obiettivo ormai da tre anni è di andare oltre la prevenzione, non parlando tanto del "prima”, quanto del “durante “ e del “dopo” la terapia – spiega Rolando De Luca, responsabile del Centro di terapia di Campoformido -. La nostra esperienza ci insegna che le persone che concludono il percorso di cura non tornano all’azzardo. La psicoterapia, in sostanza, tende a cambiare i giocatori così come le loro famiglie». Il Centro udinese conta attualmente dieci gruppi con all’incirca duecento tra familiari ed ex giocatori, mentre 84 sono le persone che hanno terminato l’iter di guarigione. Per le famiglie in difficoltà è operativo il servizio gratuito 0432728639, da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle 12.
Il convegno di metà ottobre sarà anche occasione per presentare i risultati della ricerca sperimentale sull’espressione delle emozioni e la comunicazione affettiva nei giocatori d’azzardo, effettuata su un totale di 262 soggetti. Elaborato da Vitantonio Chimienti (psicologo e dottore di ricerca all’Università degli Studi di Urbino) e da De Luca, lo studio ha reso possibile sottolineare le differenze psicopatologiche fra giocatori, familiari e soggetti di controllo, identificare le dinamiche psicologiche comuni, rilevare le componenti emotive ed affettive che determinano disagio nelle relazioni interpersonali. In base ai risultati ottenuti si rileva da parte dei giocatori una scarsa capacità di elaborazione delle proprie emozioni e uno stile d’attaccamento che li dispone a evitare la condivisione affettiva nelle relazioni. I familiari, invece, dimostrano di avere una preoccupazione diffusa verso se stessi e verso gli altri, connotata da un disagio nella libera espressione dei propri sentimenti. Il 12 ottobre sarà infine presentata la seconda edizione del libro “Mi gioco la vita” di Silvana Mazzocchi, che ha già venduto migliaia di copie in Italia. «Credo che questo sia un ottimo risultato, dal momento che sono temi delicati – conclude De Luca – ed è significativo che un libro di questo tipo abbia riscosso questo successo».