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Messaggero Veneto
13 ottobre 2008
Barbara, schiava della doppia vita.
di Michela Zanutto
Tutto nasce da un dolore. Un dolore e tante bugie. Come nel caso di Barbara, moglie di Luca, uno che conosceva bene i giocatori: suo padre lo era stato per molti anni e per questo Luca li odiava. Barbara, però, frequentava i casinò quasi tutti i giorni. A pranzo e a cena si faceva trovare a casa e discuteva con il marito di immaginarie giornate. «Difendevo la mia doppia vita – ha poi raccontato Barbara –, al casinò ritrovavo me stessa, dimenticavo me stessa. Stavo bene anche quando perdevo, ma appena fuori cominciavo a star male. A volte mi svegliavo di notte e mi chiedevo, che io non ne sappia più fare a meno? Non sopportavo d’essere una sorta di drogata. Ma di giorno, sparita l’angoscia, volevo solo correre al casinò. E, una volta dentro, la sofferenza sfumava. Tornavo a salire in alto e stavo di nuovo bene, anche se le slot machine si fossero ingoiate tutta la mia liquidazione, 100 milioni di lire. Mi erano rimaste solo 100 mila lire. Le giocai. Vinsi dieci milioni. Sentii dentro come un’esplosione, era senso di onnipotenza. Ma poi ho perso tutto». Nella disperazione, Barbara, è riuscita a trovare la forza di chiedere aiuto al Centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e loro familiari di Campoformido, anche se «una volta sono tornata al casinò e ho provato le stesse emozioni di un tempo», ha confessato. Il cammino è ancora lungo.
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