Ha un’età compresa tra i quaranta ed i cinquant’anni, maschio, sposato, con una cultura media, forte fumatore e frequenta per lo più i casinò. Chi è quest’uomo? È il giocatore d’azzardo medio che si rivolge alle cure dell’Associazione degli ex giocatori d’azzardo – A.GIT.A di Campoformido, in provincia di Udine. In questo centro vengono accolte ogni anno numerose richieste d’aiuto, che spesso riescono ad essere trasformate in interventi mirati attraverso la partecipazione alla terapia di gruppo. Per scoprire le cause di quella che è oggi considerata una dipendenza alla pari delle droghe e dell’alcool, ci siamo rivolti al dottor Rolando de Luca, psicologo psicoterapeuta e responsabile del Centro di terapia.


Dottor De Luca, qual è l’incidenza del gioco d’azzardo nel nostro Paese?
Attualmente quello del gioco d’azzardo è un problema molto consistente e fortemente presente nel nostro Paese: circa l’80% della popolazione vi dedica attenzione e nel 3% dei casi di popolazione adulta, è una patologia. Questa cifra potrebbe sembrare irrisoria ma, volendo quantificarla, si parla di circa 800/900 mila persone in Italia che vanno ritenute schiave del gioco. Va sottolineato che il problema dell’azzardo non è ristretto al singolo giocatore, ma si estende a tutto il nucleo famigliare, incrementando il numero di persone direttamente o indirettamente coinvolte. È ormai una vera e propria emergenza sociale, in espansione data la maggiore accessibilità al gioco.

Lo Stato italiano come si colloca nei confronti del gioco d’azzardo?
Per contestualizzare la situazione, posso dire che c’è costante aumento della quantità di denaro investita, legalmente ed illegalmente, in questo tipo di gioco. Attualmente si calcola una spesa media annuale attorno ai 100 mila miliardi delle vecchie lire e, negli ultimi quattro anni, l’aumento della spesa globale nel gioco ha toccato il 70%. Con l’evolversi dei costumi è cresciuto il bisogno di trasgressione e libertà, trasformando l’azzardo in un diversivo accattivante, fino a farlo diventare un bene di consumo promosso e pubblicizzato, con promesse di vincite facili e cospicue. Le offerte di gioco sempre più aggressive ed istituzionalizzate lo fanno entrare nella quotidianità delle persone, alla portata di tutti, facilmente fruibile attraverso mirate strategie di marketing. La politica finanziaria del nostro Paese ha un ruolo determinante, basti pensare al via libera dato dallo Stato alle slot machine, all’aumento del numero di estrazioni del lotto e ancora alle scommesse sportive, alle sale Bingo e all’avvento dei gratta e vinci. Si è aperta poi una nuova possibilità virtuale, che ha portato l’azzardo in milioni di case: il gioco on-line, da effettuarsi mediante “contratti di conto di gioco” sotto il controllo dell'AAMS - Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato.

Esistono quindi interessi economici sotto la “protezione” statale al gioco?
Se si presta attenzione agli andamenti economici, si nota come esista un rapporto di proporzionalità inversa tra l’andamento dell’economia del gioco e quella legata ai consumi e spese del Paese. Seguendo questo trend, in base alle stime attuali, si prevede che a fine 2008 la somma destinata al gioco - legale e illegale - arriverà a toccare addirittura i 55 miliardi di euro. In altre parole, a una domanda decrescente di beni e consumi, lo Stato risponderebbe con un incremento nell’offerta di azzardo, provocando un dirottamento della domanda di beni verso la dissipazione di capitali. Queste premesse spingono a riflettere a fondo sull’opportunità di ricondurre la situazione attuale a una forte responsabilità Pubblica; in ogni caso, ci troviamo senza dubbio di fronte ad un problema complesso e multisfaccettato, impossibile da ricondurre a una singola causa. Ad ogni modo il settore degli interventi per debellare questa patologia è ancora molto trascurato, essendo presente una massiccia offerta contro nessuna forma di prevenzione.

Quali sono le motivazioni che spingono una persona a ricercare il gioco, la scommessa?
Ovviamente ogni persona è un caso a sé, ma i fattori principali di rischio sono la ricerca di sensazioni intense ed esperienze nuove, la scarsa prudenza in contesti di pericolo di tipo fisico, sociale, legale e finanziario e la tendenza ad affrontare situazioni sconosciute senza valutarne le possibili conseguenze. Una persona in possesso di tali caratteristiche tende a sviluppare una maggiore vulnerabilità verso comportamenti di gioco patologico, in cui le emozioni provate in caso di vincita o perdita si combinano rinforzando e mantenendo i comportamenti stessi. Si crea così una dipendenza psico-fisiologica del tutto assimilabile a quella indotta dalle sostanze stupefacenti. Le conseguenze che si vengono a creare si ripercuotono poi non solo a livello individuale, ma anche famigliare e sociale, coinvolgendo tutte le sfere della quotidianità del malato.

Lei prima ha affermato che ci troviamo davanti ad una massiccia offerta di gioco d’azzardo contro nessuna forma di prevenzione. Quali potrebbero essere quindi degli efficaci interventi?
Alcune misure di previdenza potrebbero consistere nella riduzione dell’offerta di azzardo, nell’eliminazione della pubblicità, nell’incremento dell’informazione al pubblico sui pericoli della dipendenza e nell’attivazione di servizi finalizzati ad eliminare l’abitudine di giocare d’azzardo. Come è accaduto per il fumo, così probabilmente anche per il gioco il problema verrà affrontato con enorme ritardo e non si potrà certo pensare di riuscire a eliminare in una volta sola tutti i danni prodotti nel frattempo. È necessario dunque perseguire obiettivi concreti, attuando un intervento forte ed organizzato, in grado di equilibrare le entrate dovute alle tasse sul gioco con le spese dovute al contenimento del danno prodotto.

Quale sistema terapeutico utilizzate nel vostro centro di Campoformido?
Pratichiamo la terapia di gruppo, fornendo ai giocatori ed alle famiglie strumenti utili per poter intraprendere un lungo cammino di crescita personale e relazionale. Il gioco è infatti solo la punta di un iceberg, indice e copertura di un malessere sociale, famigliare e individuale di chi ne cade vittima, ed è proprio questo nucleo profondo l’oggetto centrale dell’indagine terapeutica. Il gruppo è un sistema in continuo divenire dove la sofferenza dei singoli si ridimensiona, trasformandosi in sofferenza condivisa e pertanto vissuta con minori sensi di colpa; è inoltre un campo di confronto reciproco che può innescare un meccanismo di comportamento imitativo, per cui gli ex giocatori d’azzardo possono “generare” altri non - giocatori.
Uno dei momenti più delicati e significativi del percorso è senza dubbio il suo inizio, sancito dalla richiesta d’aiuto che, contrariamente alle aspettative, non parte quasi mai dal giocatore. Chi ha un grave problema con il gioco d’azzardo ammette difficilmente la propria patologia, perseverando fino all’ultimo nell’ostinata convinzione di riuscire a controllare la situazione.

Chi si rivolge allora a voi?
Spesso sono i famigliari a chiederci aiuto, nonostante questa rappresenti anche per loro una decisione non immediata né tantomeno facile da prendere dal momento che, il più delle volte, rimangono per molto tempo all’oscuro di ciò che sta accadendo oppure, anche di fronte a segnali evidenti, fingono inconsciamente di non vederlo o non riescono ad ammetterlo, per evitare di mettere in discussione gli schemi relazionali alterati che regolano i rapporti all’interno del nucleo famigliare. In altre parole, per giungere alla richiesta di aiuto sembra inevitabile che non solo il giocatore ma anche la sua famiglia giunga a “toccare il fondo” e scelga la via della terapia di gruppo come ultima spiaggia.

Dopo il primo contatto, come si avvia e prosegue il ciclo terapeutico?
Come detto, spesso sono proprio i famigliari ad avere più bisogno d’aiuto e ad entrare per primi in terapia, anche in assenza del giocatore. Viste le ripercussioni non solo economiche ma anche relazionali che la patologia viene a creare, centrare il lavoro terapeutico sulla famiglia, escludendo almeno per alcuni mesi il giocatore, può essere in alcuni casi l’unico modo per riavvicinare i membri non giocatori a una visione della realtà inconsciamente negata. Paradossalmente si è constatato come la terapia dia risultati migliori se il giocatore arriva ai gruppi in un secondo momento, dando così la possibilità alla famiglia di costruire un contesto di intervento e rendersi meno disponibile alle manipolazioni, consce e inconsce, che il giocatore mette in atto in sede di terapia. Solo gradualmente, con il procedere delle analisi relazionali, la famiglia raggiunge i cambiamenti necessari al corretto inserimento del giocatore nel gruppo, ma soprattutto giunge alla consapevolezza del fatto che il problema, inizialmente ritenuto di natura personale, riguarda inevitabilmente tutti i componenti.
Dopo una prima fase di colloqui motivazionali, la famiglia e il giocatore vengono inseriti all’interno di un gruppo. Obiettivo del percorso terapeutico è una ricostruzione profonda e radicale dei singoli individui ma anche delle dinamiche irregolari che intercorrono tra loro: un mutamento di cui l’eliminazione del sintomo azzardo rappresenta solamente il presupposto iniziale per giungere a concepire la propria quotidianità come accettabile e gratificante.

In molti casi, le persone che si rivolgono a voi attraversano anche un momento di grave difficoltà economica dovuta dalla loro dipendenza. Quali metodi attuate per risanare la situazione?
Contrariamente a quanto si pensi, qualunque sia il livello di perdita finanziaria, essa non rappresenta mai un punto di non ritorno; nel momento in cui si riesce a raggiungere l’azzeramento dell’azzardo, la situazione economica si stabilizza in un arco di tempo variabile da pochi mesi a tre anni, oltrepassando tale periodo solo in rari casi. Noi comunichiamo da subito alle famiglie come l’astinenza totale dal gioco e un assiduo impegno nel programma terapeutico possano far rientrare il danno finanziario anche nei casi più gravi. Naturalmente, raggiungere l’azzeramento del sintomo non è un traguardo né immediato né semplice e per avvicinarvisi è fondamentale la collaborazione di tutto il nucleo famigliare. In particolare il giocatore deve accettare di delegare al suo partner o ad un suo famigliare il compito di controllare le proprie spese e la responsabilità di contenere le proprie ricadute, ad esempio consegnando la carta d’identità per evitare trasferte di gioco all’estero.

Il gioco d’azzardo coinvolge anche le fasce più giovani? E per quanto riguarda le donne?
Solo l’8% dei giocatori che richiedono il nostro intervento ha meno di trent’anni. La fascia che conta più soggetti dipendenti è quella tra i quaranta ed i cinquant’anni, che tocca il 42% delle presenze. Come si può notare, l’età media risulta quindi piuttosto elevata, il che ci induce a pensare che chi arriva al nostro Centro abbia esperienze di gioco d’azzardo protratte nel tempo.
Per quanto riguarda il sesso, i maschi e le femmine rappresentano rispettivamente l’84 e il 16% dei giocatori in terapia. La percentuale di donne che richiedono intervento terapeutico per problemi di gioco d’azzardo patologico sembra destinata ad avvicinarsi a quella relativa alla popolazione generale, che conta il 25% di donne giocatrici. Sempre in merito alle giocatrici presenti in terapia, è interessante osservare come la loro età media sia relativamente avanzata rispetto a quella dei giocatori maschi, aggirandosi attorno ai cinquanta - sessant’anni, e che in molti casi arrivano al Centro da sole, senza il supporto dei famigliari, e in condizioni estremamente critiche.

In che momento si può considerare concluso un percorso terapeutico?
L’astinenza totale dal gioco e il controllo economico sono fattori decisivi nel determinare la buona riuscita della terapia, nonostante siano difficilmente accettati sia dal giocatore, che dalla sua famiglia. Inoltre, nel corso della terapia, è naturale aspettarsi delle ricadute, che vengono ammortizzate senza gravi conseguenze se, fino a quel momento, il vincolo dell’astinenza totale sia stato osservato scrupolosamente. Il ritorno sporadico all’azzardo dopo mesi di terapia genera infatti nel giocatore una sensazione che nulla ha a che vedere con l’ebbrezza precedente, caricandolo piuttosto di sensi di colpa e di fallimento, sradicando la propria personale convinzione di onnipotenza e permettendogli di riacquistare l’umiltà di riconoscere le proprie debolezze.
La fase di centralità del sintomo può considerarsi conclusa solo dopo anni di terapia e, nell’arco di questo lungo percorso, non si interviene solo sul sintomo, ma piuttosto si concretizza una ristrutturazione famigliare, che non abbia più come punto di riferimento il gioco d’azzardo ma la sofferenza celata dietro a esso.
La naturale conclusione della terapia come adeguato compimento dell’intero percorso terapeutico, consiste nella dimissione delle famiglie dal gruppo, che avviene in tempi stabiliti dal terapeuta, in genere dopo tre o quattro anni. Attualmente a Campoformido sono oltre un centinaio le persone dimesse e che hanno aperto la strada a quelle ancora nel gruppo, in attesa di uscita. Siamo inoltre in grado di affermare che quanti concludono la terapia nei tempi prescritti non ritornano poi in nessun caso a giocare d’azzardo.