La dipendenza dal gioco d’azzardo è una vera e propria patologia e le persone che ne soffrono, insieme ai loro familiari, necessitano di specifici percorsi terapeutici che siano in grado di accogliere le loro richieste d’aiuto. Con questo tipo di obiettivo opera l’Associazione degli ex-giocatori d’azzardo e delle loro famiglie (A.GIT.A.), che ha sede a Campoformido (UD), nata per promuovere il cambiamento dello stile di vita delle persone dipendenti dal gioco d’azzardo e delle loro famiglie, oltre a favorirne il reinserimento nell’ambito lavorativo e nel tessuto sociale.
L’angoscia del gioco
Il gioco ci parla di un’angoscia per la quale si corre ai ripari e alla quale, giocando, si procura sollievo immediato; una sorta di terapia auto-gestita di un profondo disagio esistenziale portato avanti per anni… Chi ci consulta parla spesso di “toccare il fondo”: il più delle volte, si riferisce a una situazione economica disastrosa, al proprio senso di colpa e di vergogna per aver tradito e offeso intimamente la fiducia dei propri figli, fratelli, mogli, genitori… Per aver perso dignità, forse rubato, in tutte le forme possibili, e per non riuscire a riconoscere se stessi. A volte, vorrebbero morire: qualcuno arriva a provarci, ma sembra difficile almeno quanto vivere. Questo, per un giocatore patologico, è il second “grande momento”… Ed è di solito a questo punto che s’innesca, nella quasi totalità dei casi da parte di parenti o congiunti (piuttosto che da un suo personale e deliberato atto di volontà) il meccanismo della richiesta d’aiuto.
Il meccanismo della richiesta di aiuto
La richiesta di aiuto del giocatore d’azzardo patologico presuppone la presa di coscienza del problema, indispensabile per incominciare il cammino verso la decisione di chiedere aiuto. Chi decide, tuttavia, non è quasi mai il giocatore in prima persona: questo perché il comportamento patologico stesso di chi soffre di dipendenza dal gioco d’azzardo (come accade anche per altre dipendenze) si configure come una vera e propria “richiesta d’aiuto” in risposta ad una situazione di disagio personale e relazionale specifico, al quale poi in terapia sarà dedicata un’attenzione approfondita. In poche parole, la dipendenza e il suo oggetto (in questo caso, il sintomo dell’azzardo) diventano per il giocatore una sorta di “automedicazione”, che compensa lacune esperienziali o conflitti personali da lui vissuti come insopportabili, a livello più o meno conscio. Il giocatore dunque chiede aiuto più di chiunque altro, ma lo fa dal momento in cui percepisce dentro di sé il vuoto o l’insoddisfazione per la propria vita, l’abisso che separa la propria immagine reale di sé da ciò che vorrebbe essere. Insomma, il giocatore chiede aiuto nel momento in cui trasforma questo disagio in un tentativo di fuga o nell’ebbrezza di accarezzare il precipizio con la punta dei piedi, per sentire di avercela fatta, di essere migliore degli altri e, per questo, giustificato a non passare il resto della propria vita dentro alla propria vita. Si tratta di due momenti che si collocano entrambi prima dell’eventuale entrata in terapia, prima ancora che qualsiasi sguardo esterno sia gettato sull’esistenza di un giocatore e della sua famiglia; sulla loro immensa solitudine. Due momenti altresì collegati, precisi e distinti, dai quali dipenderà gran parte del cammino che i protagonist di questa dipendenza potranno intraprendere.
Le solitudini
In un certo senso, si può parlare di una “solitudine plurale” nella quale si trova coinvolto l’intero nucleo familiare del giocatore d’azzardo, consapevole o meno di una dipendenza che si snoda tra i singoli componenti e li imbriglia uno ad uno, tenendoli uniti e soffocandoli lentamente, ogni giorno di più. Per comprendere a fondo il problema ci si concentra quindi sul rapporto personale di ogni membro significativo della famiglia, a partire dal partner del giocatore, con il sintomo azzardo; un passaggio quanto mai necessario per portare alla luce i vincoli imposti dalla dipendenza alla autonomia di chi è compromesso, nella richiesta d’aiuto ma, prima ancora, nella presa di coscienza del problema.
Un paradosso?
Con questi presupposti, va da sé che per il giocatore chiedere aiuto sembrerebbe un paradosso perché, dal suo punto di vista, ciò significherebbe schierarsi contro se stesso, allearsi a un nemico che ha la manifesta intenzione di distruggere la sua realtà… per rivoluzionarla. Si tratta però, come già detto, di dinamiche che non vedono protagonist il solo giocatore, bensì coinvolgono tutta la sua famiglia, interessando ogni singolo membro di essa in un’ottica allo stesso tempo individuale e relazionale (in rapporto a tutti gli altri). Si affaccia alla mente l’immagine di un complesso campo magnetico, nel quale giocatore e sintomo, saldamente uniti nella dipendenza, catalizzano un numero più o meno consistente di satelliti: ogni satellite ha una propria storia, una personale relazione con il giocatore e ciascuno è spinto da motivazioni proprie, quasi sempre fortemente conflittuali, a continuare ad orbitare all’interno del sistema. Il ripetersi d’ogni singola traiettoria compensa I percorsi personali di tutti gli altri membri della famiglia, con il risultato ultimo di mantenere nel sistema un sofferto, e paradossalmente indispensabile, equilibrio.
I familiari
Si parte dalla coppia fino ad arrivare alle ultime generazioni: figli e nipoti che, spesso ancora giovanissimi, pur essendo formalmente le più lontane dal giocatore, sono di fatto quelle che subiscono in misura maggiore gli effetti del problema e rischiano di trasformarsi negli strumenti principali per il suo protrarsi anche nel futuro. Ad esempio, non è raro trovarsi di fronte a situazioni in cui i figli o i nipoti di incalliti giocatori hanno sviluppato un morboso ed eccessivo attaccamento al lavoro e vivono ossessivamente l’esigenza di guadagnare e risparmiare, impedendo ogni minimo spreco di denaro…I familiari generalmente in un primo tempo vivono in modo passivo una situazione che, peraltro, è sostenuta dalla menzogna da parte del giocatore: si tratta, però, di una menzogna di fatto necessaria, in quanto copre uno scomodo (ma fondamentale) ruolo del sintomo sul quale verte un inconscio accordo: “Io non so, quindi il problema non esiste, ma il fatto che ci sia mi permette di vivere”. Questo concetto, più volte definito come “cecità familiare”, potrebbe essere schematizzato con l’immagine di un tappeto molto grande e di pregiata fattura sotto il quale viene nascosta un’enorme quantità di polvere. Di fatto invisibile, con il passare del tempo questa finisce per rendere sempre più irrespirabile l’aria della stanza, fino a scatenare un’allergia collettiva, della quale è naturalmente imputato chi si è sempre occupato di rassettare.
La fine dell’illusione
Chi soffre di dipendenza da gioco d’azzardo si trova quindi al centro di un’intensa confusione di ruoli e di attribuzioni, manifeste o inconsce, a lui rivolte dall’esterno: una situazione che, aumentando il suo livello di disagio e ansia, crea i presupposti per il riproporsi e perpetuarsi del sintomo in qualità di “valvola di sfogo”. Questa dinamica viene raramente colta in tempi utili e, in genere, è solo parzialmente (spesso disperatamente) ricondotta a razionalità da chi vi si trova coinvolto, che preferisce illudersi di giocare per risanare una situazione economica, per riempire il tempo, per socializzare, o per altre banali motivazioni, e soprattutto si autoconvince di poter controllare la propria dedizione a questa attività. Il diretto “portatore del sintomo” collude quindi con lo schema interpretativo del problema costruito per lui e, seguito dalla famiglia, nel momento in cui decide (o rifiuta) di entrare in terapia lo fa con l’idea di dover affrontare un lungo percorso finalizzato a “guarire” lui e ad aiutarlo ad uscire dal “suo problema”, contando sull’abnegazione e il sostegno dei propri familiari. Questo errore interpretativo è sicuramente uno dei primi e forse il più difficile pilastro da abbattere nel momento in cui avviene la richiesta d’aiuto da parte della famiglia in difficoltà. Chiedere aiuto dunque, anche solo attraverso un mezzo distante ed impersonale come un’email, può essere considerato come un primo passo verso la terapia, sia nel momento in cui si configure semplicemente come un’espressione momentanea di emozioni altrimenti ingestibili, sia nel caso in cui si evolva in una richiesta concreta e culmini con l’ingresso in terapia.