Primo: bisogna smettere di chiamarlo gioco. «Giocare aiu¬ta i bambini a crescere a con¬frontarsi con il mondo, a esplorarlo. È un’attività che educa. L’azzardo ro¬vina gli esseri umani, ne devasta l’e¬sistenza »: le affermazioni di Rolando De Luca – psico¬terapeuta, re¬sponsabile del Centro di terapia di Campoformi¬do per ex gioca¬tori d’azzardo e loro famiglie – sono frutto di anni di lavoro sul campo. «Sarebbe come definire la droga un divertimento da ragazzi. Fi¬niamola di parlare di gioco – prose¬gue De Luca – e definiamolo per quello che è, un azzardo legalizzato, un azzardo di Stato». Il montepremi da record del Superenalotto è una iat¬tura, secondo lo psicoterapeuta: «Si¬ringa denaro nelle casse statali ma fi¬nirà per impoverire ulteriormente un Paese già povero. Sta già deprimen¬do i consumi, perché in tempi di cri¬si piuttosto si rinuncia a comperare la pasta e la carne ma non a scom¬mettere ». Nel Centro di Udine, De Lu¬ca segue dieci gruppi di ex giocatori, per un totale di cento persone, e le lo¬ro famiglie: «Quando cominciai a oc¬cuparmi di questo problema, nel 1991, nessuno era disposto a dichia¬rarsi dipendente dal gioco. La prima persona che venne da me a cercare aiuto – prosegue lo psicologo – fu u¬na donna. Non era lei la giocatrice ma un parente». Da lì la consapevo¬lezza che bisognasse partire dai fa¬miliari. «Anche perché sono loro a soffrire di più. Non è il giocatore a subire i dan¬ni più gravi – spiega Daniela Capitanucci presidente dell’Associazione And (sigla che sta per Azzardo e nuo¬ve dipendenze) – ma i suoi figli». Il perché si può intuire: «La moglie del giocatore deve scegliere. Se decide di dedicarsi al marito e di aiutarlo nel suo percorso di disintossicazione ha bisogno di dedicarsi a lui in manie¬ra totale, di sostenerlo, d' incorag¬giarlo. A detri¬mento dei figli. Peggiora le cose – prosegue Ca¬pitanucci – il fatto che sem¬pre più rara¬mente esiste u¬na rete familia¬re a cui fare affi¬damento ». An¬che nel caso che ci siano nonni e zii disponibili al compito, raramente il problema e¬sce dalle pareti domestiche: la ver¬gogna è troppa per confessare la dif¬ficoltà e chiedere aiuto. «Il brutto è che in molti casi, il sacrificio dei bam¬bini non porta a nulla. La moglie scommette sul marito – spiega la psi¬cologa di Varese – e il marito continua a scommettere». Tutti e due per¬dono.