C’è Armando, che per giocare al casinò sottrae ingenti somme all’istituto in cui lavora. Un gesto di sfida contro una vita monotona e ripetitiva, ma anche un possibile tentativo di rifugiarsi nell’infanzia, identificandosi con quel nonno, gran giocatore, che tanto lo affascinava da bambino.
C’è Roberto, che cerca una risposta al suo disagio nelle aspettative deluse dal padre, un’inquietudine troppo dolorosa per lui, che lo porta a preferire l’anestetica influenza dell’azzardo allo scontro diretto con i suoi vissuti.
E c’è Giulia, vivacissima ottantenne, che stupisce tutti per la sua vitalità ai videopoker: una fonte magica e inesauribile di emozioni forti da contrapporre alla staticità dell’esistenza.
I problemi di Armando, Roberto e Giulia sono comuni in Italia ad almeno 800mila persone - una su tre è una donna, circa il 3% della popolazione adulta.
“Si tratta di una realtà drammatica e apparentemente inspiegabile, ma fortemente presente nel nostro Paese; dalle ultime indagini condotte sul gioco in Italia, infatti, emerge come oltre l’80% della popolazione vi dedichi una qualche attenzione. La speranza di arricchirsi con il gioco riguarda in particolare quasi la metà delle famiglie con redditi al di sotto della media e più della metà dei disoccupati”, riflette il professore Rolando De Luca, uno tra i medici più qualificati che assistono i giocatori d'azzardo pentiti, curatore della prefazione del nuovo libro di Silvana Mazzocchi, “Mi gioco la vita. Mal d’azzardo: storie vere di giocatori estremi” (Baldini, Castaldi, Dalai Editore, 264 pagine, 14,60 euro). Per molti anni si è occupato di altre dipendenze: alcolismo e tabagismo. Oggi lavora a Campoformido (Udine) con nove gruppi di ex giocatori in terapia: in tutto segue un centinaio di persone. La diffusione di questa "malattia" è enorme: anche oggi in tempi di crisi. Anzi, forse proprio per questo.
“È dimostrato che più un'economia è in crisi, più si gioca d'azzardo. Proprio quando c'è instabilità, si confida nella fortuna. Con il risultato che molti perdono così anche quel poco che restava loro in tasca. Tra gioco legale e illegale, è calcolata una spesa media attorno ai 60mila miliardi annui delle vecchie lire. Negli ultimi quattro anni, infatti, l’aumento della spesa globale degli italiani per i giochi pubblici è registrato attorno al 50% e risulta coinvolgere tutti gli strati sociali.”, osserva con amarezza De Luca.




(Segue: l'intervista a Rolando De Luca. Quali sono i fattori che influiscono su questa preoccupante espansione del fenomeno? Qual è il profilo del giocatore abituale?...)

Come si spiega la passione per il gioco d’azzardo?
“Sono diverse le interpretazioni teoriche del fenomeno. Secondo una prospettiva psicodinamica, il gioco rappresenterebbe una pratica auto-punitiva finalizzata all’espiazione di un senso di colpa inconscio. I cognitivisti si concentrano sul ruolo decisivo svolto dalle false credenze, come quella che la perseveranza al gioco venga prima o poi premiata con una vincita. L’approccio biologico sottolinea l’esistenza di una componente bio-chimica alla base del gioco d’azzardo patologico.

Quali sono i fattori che influiscono su questa preoccupante espansione del fenomeno?
“Una delle cause principali è la maggiore accessibilità al gioco. L’evolversi dei costumi e il crescente bisogno di trasgressione e libertà hanno infatti trasformato l’azzardo, agli occhi dell’uomo comune, in un diversivo molto accattivante, fino a renderlo un bene di consumo promosso e pubblicizzato come occasione di scambio sociale, con regole semplici e promesse di vincite facili. Ormai è possibile giocare ovunque, dal bar sotto casa alla tabaccheria, perché i luoghi destinati a questa attività vengono aperti in zone della città in cui c’è un grosso transito, secondo una mirata politica di marketing. Ma non è tutto. Credo che la politica finanziaria del nostro Paese abbia un ruolo determinante in tutto questo, basti pensare al via libera dato dallo Stato alle slot machine, attualmente più di 50 mila punti autorizzati, ma destinate a raddoppiare, all’aumento delle estrazioni del lotto (non più due, ma tre volte alla settimana) e alle sale Bingo.

Qual è il profilo del giocatore abituale?
“Un individuo incapace di controllarsi, che aumenta progressivamente le somme di denaro e il tempo destinati al gioco d’azzardo, nascondendo a se stesso e alla propria famiglia la gravità del problema”.

Ci sono altre caratteristiche comuni ai malati di gioco?
“In genere manifestano un’avversione per le esperienze ripetitive e di conseguenza tendono ad assumere un comportamento disinibito per fuggire alla monotonia della vita quotidiana. Quando sperimentano l’astinenza, provano sentimenti di ansia e irritabilità, così forti da dover ricercare l’attività di gioco come unico sollievo possibile. Qualche volta manifestano depressione, ma non è ancora dimostrato che essa costituisca un fattore scatenante la dipendenza da gioco".

Quali sono le conseguenza per il giocatore?
“A livello individuale, il giocatore d’azzardo patologico dedica la maggior parte del tempo al gioco investendo quantità sempre crescenti di denaro, ed è quindi spesso fortemente indebitato. Spesso si trova a perdere il lavoro, arriva a compiere frodi e falsificazioni e, nei casi estremi, tenta il suicidio. Ma le conseguenze si avvertono anche a livello famigliare e sociale”.

E a livello famigliare?
“Il malato di gioco riesce a nascondere per lungo tempo i suoi problemi connessi al gioco, ma le sempre più frequenti assenze da casa lo allontanano dalle responsabilità del suo ruolo, che devono venire compensate da altri familiari. Non è raro che i figli vengano avviato al lavoro prematuramente, nel contesto di una disastrosa situazione finanziaria”.

Parliamo dell’impatto sociale…
“A una ridotta o azzerata attività produttiva si contrappone come unico vantaggio un notevole introito economico per i gestori delle case da gioco e per lo Stato. Ma va preso in considerazione anche l’impatto socio-ambientale, basandoci sull’esperienza americana. In un primo momento, i quartieri o le città che ospitano i casinò osservano dei notevoli miglioramenti: le infrastrutture aumentano, gli immobili si rivalutano, vengono forniti più servizi e circola più denaro; a distanza di tempo però, in questi stessi centri si viene ad assemblare una concentrazione di criminalità inevitabilmente connessa all’incremento economico”.

È stato fatto qualcosa per arginare il fenomeno?
“Sul versante dell’intervento preventivo questo campo rimane ancora decisamente trascurato. Senza esagerare, posso dire che nulla finora è stato fatto per frenare o moderare il fenomeno del gioco d’azzardo; al contrario, come accennavo prima, sottolineo e condanno la propaganda sempre crescente e le vere e proprie speculazioni economiche che lo Stato opera su questo fenomeno”.

Quali interventi auspicherebbe per la prevenzione e riduzione dei danni che il gioco comporta?
“La riduzione dell’offerta, l’eliminazione della pubblicità, l’incremento dell’informazione al pubblico sui pericoli della dipendenza e nell’attivazione di servizi finalizzati a eliminare l’abitudine di giocare d’azzardo: tutti aspetti preventivi indispensabili, di cui tuttavia ancora nessuno dà l’impressione di volersi occupare seriamente”.

Si può curare il cancro d’azzardo?
“E’ difficile, ma non è impossibile. I migliori risultati si ottengono con la terapia di gruppo, soprattutto quando vi partecipa anche la famiglia del giocatore, che mira a ricostruire le dinamiche disfunzionali che intercorrono tra famigliari e giocatore”.

Quali sono i fattori decisivi nel determinare la buona riuscita della terapia?
“L’astinenza totale dal gioco e il controllo economico”.

Quanto dura e quanto impegna la terapia di gruppo?
“La frequenza degli incontri è di una volta a settimana, alla stessa ora e con una durata di due ora per seduta. La durata globale della terapia è di alcuni anni (tre o quattro in media).

Ci sono dei rischi legati alla terapia?
“C’è la possibilità che si sviluppi un rapporto di dipendenza da parte dei pazienti nei confronti del gruppo. Il terapeuta deve essere quindi capace di elaborare il proprio sentimento di perdita inevitabilmente correlato alla dipartita di un singolo individuo, di una coppia o di una famiglia, cercando di reprimere la gratificazione narcisistica implicata in un’eventuale dipendenza dal paziente”.