Mio nonno paterno possedeva cavalli da corsa. Giocava d’azzardo. Era ricco, aveva un negozio di antiquariato importante nella Bologna degli anni Trenta. La sua passione per il gioco lo travolse conducendolo alla rovina. Tutta l’adolescenza di mio padre è stata segnata da questo evento che condusse suo padre addirittura a morirne. Vivo da sempre il terrore che un evento del genere si replichi all’interno del mio contesto familiare.
Ho nei riguardi del gioco una sana diffidenza che è dettata da una sorta di vigliaccheria, la paura di perdere, alla quale va ad aggiungersi la consapevolezza che il denaro “vinto” ai miei occhi non ha valore. Sembrerà assurdo, l’ho già affermato senza essere creduto, io non gioco (a nessun gioco!) nel terrore di vincere. So per certo che una grande vincita sconvolgerebbe la mia vita, rimetterebbe totalmente in discussione la scala di valori alla quale faccio da sempre riferimento. Girando spot pubblicitari una trentina di anni fa ho guadagnato parecchio in una giornata di lavoro. Beh, quel denaro ottenuto con così poco sforzo, l’ho sprecato spendendolo di fretta, il senso di colpa del ladro che si vuole liberare della refurtiva.
Quando nel 1986 decisi con mio fratello Antonio di affrontare l’argomento del gioco in un film, provenivamo da un insuccesso e stentavamo a reperire le risorse per mettere in cantiere un nuovo progetto. Quale racconto più economico di quello incentrato su una lunga partita a poker, cinque attori, un ambiente, un paio di mazzi di carte… così nacque Regalo di Natale...
Avevo già raccontato l’amicizia ma avvertivo di aver ecceduto nel dipingere quel sentimento solo in modo solare e rassicurante, omettendo il rischio del tradimento. E io il tradimento lo avevo subito e a mia volta praticato. Così, per raccontare come si erano trasformati i sorridenti amici della mia remota adolescenza ho scelto la notte più Santa da dissacrare e il gioco del poker (finalizzato alla vincita di denaro attraverso il bluff). La preparazione a questa regia l’ho acquisita negli anni, frequantando le compagnie teatrali. Trascorrevo nottate “osservando” attori, allora di grido, giocarsi i loro emolumenti al poker. Il grande brivido, l’emozione somma, gli occhi lucidi li ho sempre riscontrati in chi perdeva. Mai in chi vinceva. Credo che il poker si giochi (al di là dei bari che psicologicamente ed eticamente sono da equipararsi ai ladri) soprattutto per provare l’ebbrezza dellalla sconfitta. Vittorio De Sica in questo era maestro sommo.
Il mio consulente è stato un ex biscazziere di Firenze (Giovanni Bruzzi). Lui ha stabilito l’andamento della partita obbedendo ad uno schema di eventi e di dinamiche psicologiche che io gli avevo anticipato. Il far coincidere gli accadimenti della vicenda con le varie “mani” della partita è stato complesso ma anche eccitante e l’equilibrio ottenuto mi inorgoglisce. Lo stesso Giovanni Bruzzi mi è stato consulente anche nel sequel del 2004 La rivincita di Natale. Avevo la sensazione che dal primo film il ruolo che aveva assunto il denaro fosse ormai inconfutabile. Volevo insomma aggiornare con un “tutti tradiscono tutti” quella che era una considerazione più consolatoria, se non altro meno negativa, che aveva motivato la prima partita.
Oggigiorno è un dato inconfutabile che la macchina interattiva sia diventata l’interlocutrice frequentata con la massima assiduità dalle nuove generazioni e che non si risolve solo nel rapporto con il gioco d’azzardo ma che può essere esteso a qualsivoglia contesto. Chi gioca con una macchina gioca contro se stesso.