Ragazzi coinvolti nella "peste del 2000". Dal superenalotto, ai casinò, passando per il totocalcio, le carte, i cavalli, le bische. Come dire...la vita è tutta un gioco. "Si comincia a 14-15 anni e si rischia di finire - sottolinea Cesare Guerreschi, presidente della sezione nordestina della società di alcologia, con "clinica" a Bolzano per malati da gioco d'azzardo - come quel signore che a 75 anni, ormai malandato, un tempo davvero miliardario, non aveva neppure i soldi per pagarsi il funerale.

"Ed è davvero paradossale - non riesce a trattenere una riflessione Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta, da 18 anni impegnato sul fronte della lotta all'alcolismo e da 4 su quello del gioco d'azzardo, attraverso gruppi che hanno trovato accoglienza dal Comune di Campoformido - che lo Stato si finanzi con il superenalotto , i cavalli, e altre forme di scommesse, destinando i proventi, bontà sua, ai beni culturali. Ed è ancor più deprimente che tanti media diano tanta enfasi a questa corsa, contribuendo ad una diseducazione collettiva" Che colpisce perfino i ragazzi.

Ecco , infatti, la verità. Per 700 miliardi "investiti" dai giocatori del Friuli Venezia Giulia nei casinò d'oltre confine, sono di gran lunga superiori le "poste" che in vario modo giocano ragazzi ed anziani. Soprattutto adulti. "Sì, ho constatato nella mia esperienza - conferma Guerreschi - che nel 99% dei casi, l'iniziazione al gioco che passa in pochi anni dal divertimento alla patologia, avviene nella preadolescenza, intorno ai 14-15 anni. Spesso è proprio un genitore "patologico" a far giocare il figlio". Un genitore? Vale a dire che può essere anche una madre, oltre che un padre? "Certo, anche un madre, poiché sono sempre più numerose le donne che giocano e che, fra l'altro, diventano "dipendenti" prima dei maschi; loro in particolare dalla slot machine. Quella slot machine che in America è chiamata "bandito con un solo braccio", perché prende, ma non restituisce".

Per la verità, è l'azzardo in genere cui può attagliarsi la figura di quel bandito con un solo braccio. E il perché lo spiega De Luca, forte della sua esperienza terapeutica di gruppi di ex giocatori. "E' solo la fortuna a dettar legge nel gioco d'azzardo. Non c'è alcun giocatore che possa dire, al termine della sua carriera, di aver fatto un saldo positivo tra il dare e l'avere. Nessuno può dire di aver vinto i soldi giocati. Tutti i giocatori dipendenti invece, possono dire di aver perso. Anzi, si può aggiungere che se un giocatore non riesce a fermarsi quando è sotto i 100 milioni, rischia di accumulare perdite che arrivano a 400, 500 milioni, prima facendo debiti in banca, poi sperperando il patrimonio personale e della famiglia, quindi dilapidando gli aiuti che gli possono venire dagli amici. Si può calcolare, infatti, che ogni giocatore coinvolge nel suo dramma almeno altre 10 persone".

Molto spesso, inoltre, subentrano gli strozzini. Vale a dire l'usura nelle sue forme più disperanti. Numerose famiglie - sicuramente qualche centinaio -, in Friuli, si troverebbero in condizioni di tanta disperazione. Con i casinò sulla porta di casa, è ovvio che i problemi si moltiplicano. "E' dimostrato - aggiunge De Luca al riguardo - che di fronte a nuovi tipi di scommesse, anche le persone che oggi si limitano a giocare la schedina, potrebbero esserne attratte. Viviamo, infatti, in una società che illude a raggiungere le mete in modo facile, con un colpo di fortuna, magari investendo poco. Con un po' di buon senso, bisognerebbe capire che questo è impossibile, ma la pubblicità induce, appunto, a credere nella fortuna". Conclude Cesare Guerreschi: "Se si andrà avanti di questo passo, quella del gioco d'azzardo sarà la dipendenza del 2000.