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Il Nuovo
01 dicembre 2010
Gioco a perdere
Nonostante l’economia in crisi, l’industria del gioco d’azzardo continua a crescere. Nel 2009 ogni friulano ha dilapidato in giochi quasi 800 euro. Ma quando si trasforma in patologia, l’azzardo diventa una vera e propria piaga sociale.
di Marzia Tomasin
Più che un gioco, è un’industria. In tempi in cui ogni settore dell’economia italiana registra flessioni e cali di fatturato anche importanti, quello dell’azzardo sembra non conoscere crisi. Secondo indagini statistiche condotte in questi ultimi anni, oltre l’80% della popolazione rincorre l’illusione della “vincita facile”, destinando alla sorte parte dei propri guadagni. Negli ultimi 4 anni l’aumento della spesa globale degli italiani per il gioco si aggira intorno al 70%, con i friulani che tengono il passo con i 759 euro pro capite spesi nel 2009, per una totale di 814 milioni di euro. Sono dati che fanno senz’altro riflettere ma comprensibile se si pensa alla maggiore accessibilità dei giochi d’azzardo, promossi e pubblicizzati come occasione di scambio sociale, con regole semplici e promesse di vincite considerevoli.,br> Quando questa abitudine diventa patologia (come per il 3% della popolazione italiana) le conseguenze si manifestano a livello personale, familiare e anche sociale. Ne abbiamo parlato con Rolando De Luca, responsabile del Centro di Terapia di Campoformido. “Nel 1995 - dice De Luca - ho iniziato la storia un percorso terapeutico insieme ad alcuni giocatori d’azzardo ed alle loro famiglie, volto a consentire loro di raggiungere e mantenere nel tempo l’astinenza dal gioco. L’iniziativa ha dato ottimi risultati tanto che, nel 1998, è stato costituito il primo gruppo terapeutico dei giocatori d’azzardo e dei loro familiari e, due anni dopo, l’associazione A.GIT.A (Associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie)”. Degno di nota, in questo percorso, è stato l’intervento del Comune di Campoformido che nel 2006 ha approvato, per primo in Italia, un ordine del giorno contro la proliferazione del gioco d’azzardo ed ha anche offerto all’associazione Agita una sede, all’interno del palazzo comunale, nella quale poter svolgere gli incontri. I gruppi di terapia, attualmente 10, sono composti da un numero di giocatori patologici (non superiore alle 10 unità) e dai loro familiari o partner. Il coinvolgimento della famiglia risulta essere indispensabile ai fini del buon esito della terapia proprio perchè il lavoro di analisi svolto all’interno di ogni singolo gruppo mira non soltanto ad una ricostruzione profonda del portatore del sintomo ma si rivolge anche a tutto il nucleo familiare. “Secondo uno studio che ho effettuato in collaborazione con Antonio Chimienti, ricercatore presso l’Università di Urbino - racconta De Luca -, su un totale di 176 soggetti, dopo due anni di terapia abbiamo osservato come i giocatori mostrino una riduzione dei comportamenti impulsivi mentre ricevono gradualmente sollievo dalla vicinanza affettiva della propria famiglia. Nel contempo i familiari rivelano un importante allentamento delle tensioni legate alla gestione delle problematiche afferenti ed una maggiore apertura emotiva nei rapporti interpersonali”. I risultati di questo lavoro sono più che lusinghieri dal momento che il 90% di coloro i quali hanno frequentato la terapia non gioca più d’azzardo mentre il restante 10%, pur continuando a frequentarla, continua a giocare anche se in modo nettamente inferiore. Sarebbe a questo punto opportuno un intervento pubblico radicale volto ad evitare l’ulteriore diffusione di quella che sta diventando sempre di più una vera e propria piaga sociale rispetto alla quale le responsabilità dello Stato non sono poche. “Lo Stato - conclude De Luca - propone l’azzardo e quindi contribuisce in maniera determinante alla sua espansione. Arrivati a questo punto, dati alla mano, pensare che si possa tornare indietro per limitare i danni mi pare molto dificile. È necessario a parer mio eliminare la pubblicità e ridurre l’offerta, particolarmente vasta, delle possibilità di gioco attualmente esistenti. Solo dopo questo passo fondamentale si potrà pensare ad altri interventi”.
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