TOLMEZZO. Lo chiamiamo Adamo per garantirgli l’anonimato. Sta fumando l’ennesima Marlboro. Sono quasi le 23 di una serata novembrina non particolarmente fredda. A quell’ora c’è una decina di persone che fa la spola tra la sala giochi e il bar: un paio di militari, un pensionato, una coppia, qualche ragazzo, una donna. Tutti di buonumore, pare. Adamo non ha voglia di giocare.
Mi manca liquidità», ammette senza pudore. Poi aggiunge: «Pochi giorni fa mi sono sputtanato quasi 15 mila euro». Era uscito stralunato, quella sera – le occhiaie bluastre sotto gli occhi – senza dire nulla di particolare. Non pareva neppure stanco. Eppure, era rimasto là dentro per tre giorni consecutivi, senza dormire. Inghiottito dal gioco. Risucchiato dalla compulsione. Nutrito dall’adrenalina. Imbambolato nella penombra. Avvolto dal fumo. Qualche pausa, tante sigarette, alcuni toast. S’era assentato un paio di volte: il tempo di arrivare a casa o al bancomat per racimolare altro denaro da giocare.
re giorni allo “Slot le tre ciliegie”, in una via anonima alla periferia di Tolmezzo. Ha aperto lo scorso 13 maggio. Da quel giorno non ha mai chiuso, neppure un’ora. I sigilli del bar vengono posti alle 3, ma soltanto quelli, perché si può sempre entrare per giocare. Al bar si danno il cambio 4 ragazze (a loro è vietato tassativamente giocare), più il titolare, Roberto Zarabara, 49 anni, nato e cresciuto in un bar. Dal 13 maggio i clienti sono aumentati giorno dopo giorno e con essi gli incassi.
Negli ultimi 30 giorni le “macchinette” (dieci in tutto, ma altre sono in arrivo) si sono inghiottite oltre 1 milione e 100 mila euro. Si gioca a soldi. Si punta da 50 centesimi a 10 euro. Ci sono tre tipi di Jackpot: di “macchinetta” (fino a 50 mila di vincita), quella di sala (massimo 100 mila euro di vincita), quella nazionale che può arrivare fino a 500 mila euro di vincita. Con 50 centesimi si può accedere a tutte e tre le possibili vincite.
«Sapevo – dichiara candidamente Roberto Zarabara – che avrebbe funzionato, ma mai avrei immaginato in questo modo. Come fatturato, in questi primi mesi abbiamo sfondato ogni più rosea previsione. Chi è il giocatore tipo? Tutti. Dalla casalinga – che viene a fare colazione e poi entra in sala –, agli operai, ai militari, ai pensionati, ai professionisti». Roberto sa quando è giorno di paga per le varie categorie. I militari prendono lo stipendio il 24 di ogni mese, gli operai il 10 e i pensionati dal primo giorno di ogni mese. Date che coincidono con il maggiore afflusso delle varie categorie. Li conosce tutti, i clienti, tranne i nuovi. E ogni giorno c’è qualche neofita. «Sì – aggiunge – sono macchine infernali. Non ho sensi di colpa, perché se non avessi aperto io, lo avrebbero fatto altri. E se vedo qualcuno che esagera gli consiglio si smettere. Ma non è facile. Il giocatore ha una personalità che nemmeno t’immagini».
«Nessuno – commenta un altro giocatore che chiameremo Alberto – ammette di essere dipendente dal gioco. O meglio, non esiste un confine preciso tra gioco e dipendenza. È molto soggettivo. Il gioco d’azzardo ce l’hai dentro, ma è anche facile innamorarsi. Come del lusso, come delle donne. Se in questo momento entrassero 5 persone a giocare per la prima volta e tutte e 5 vincessero qualche cosa, sono pronto a scommettere che sarebbero giù sulla strada per continuare a giocare sempre di più». Alberto dice di sapersi controllare. Una volta al casinò di Venezia ha vinto quasi 600 mila euro. Dice di averne fatto buon uso. Ma qualcuno lì accanto osserva, tace, scuote la testa e sorride. Vero è che Alberto continua a giocare. E che gli piace da morire. Adamo sta parlottando con una donna. Una giocatrice incallita. Arriva dal Medio Friuli quasi ogni giorno. Spende quello che ha. Oggi aveva 20 euro. Giocati. «Al bar mi dovrò accontentare di acqua di rubinetto», ironizza.
Il gioco l’ha presa anni fa. Aveva già figli. Ha perso tanto, tantissimo. Anche lei ha un record da dimenticare: 7 mila euro giocate e perse in 9 ore. Ha un lavoro par-time, ma gli basta appena per le sigarette e gli spostamenti. «Quel giorno se avessi avuto altri soldi – dice amaramente – avrei continuato a giocare. Giochi con quella macchinetta, sei come ipnotizzato, sai che non dipende dalla tua bravura, ma non puoi farne a meno. Molte volte esci e mentre rincasi ti senti una m... Ma sai anche che subito dopo vorresti ricominciare. Per il gioco ho fatto di tutto. Ma non mi sono mai prostituita. Fino lì non ci arriverò mai». Lei – che chiameremo Eva – una volta ha tentato di uscire dalla spirale delle slot. «Per un anno – confida – non ho giocato. Poi, di nuovo il baratro, le liti in famiglia, l’ossessione di trovare altro denaro, la voglia di vincere sapendo che poi perderai di nuovo. Un incubo. Tutto ricomincia sempre daccapo. Adesso poi ci si è messa anche la crisi che ti spinge ancora di più a tentare la fortuna». Già, ma quanti fortunati conoscono Eva, Alberto o Adamo che siano diventati ricchi con il gioco? La domanda piomba su un silenzio irreale che pesa più di mille risposte.
I tre, con altri avventori, sono seduti nella saletta che fa da “confine” tra il bar e le slot. Lì, qualche volta Roberto ospita i giocatori per un break a base di pastasciutta. La prepara soprattutto quando ci sono partite importanti, l’Udinese o la Champions. È un momento di pausa durante il quale quasi nessuno gioca. «Qui allo Zarabara – afferma Alberto – si è creato un ambiente famigliare. C’è una strana solidarietà. Non ci sono invidie per chi vince. Mai una lite. Posso dire che sembra una grande famiglia. Ci si ritrova e non necessariamente per buttare via i soldi. E poi ci sono anche quelli che giocano il giusto, senza rischiare. Arrivano con 20, 50 o 100 euro. Giocano quelli e comunque vada se ne tornano a casa». Già, i giocatori “normali”. Quelli che lo Stato, che ha inventato questo business miliardario, crea, coltiva, culla, coccola. E fa finta di educare. Sul mega schermo della saletta compare il calciatore Miccoli; invita a giocare alla roulette. E la voce che fa da sottofondo allo spot ricorda che bisogna giocare con moderazione...