L’udinese Mauro Cechet, 57 anni, non è a caso vicepresidente dell’Agita, l’Associazione degli ex giocatori d’azzardo, che ha sede a Campoformido. Lui, che oggi è responsabile commerciale di un magazine, lo sa cosa significa non pensare ad altro se non all’azzardo, al casinò e alle slot-machine. Perché è così che ha perso prima la macchina, poi la casa e ha finito per oltrepassare la linea dell’illegalità, arrivando a compiere truffe e raggiri pur di procurarsi il denaro per le sue puntate. «Sto seguendo un percorso terapeutico da quasi dieci anni - racconta orgoglioso, senza nascondersi dietro il paravento dell’anonimato, convinto che solo attraverso testimonianze vere le persone possano rendersi conto di cosa rischiano davvero - e credo di essere a buon punto, anche grazie all’aiuto di quanti mi sono stati vicino».

Come è cominciato tutto?
«Era il ’93, avevo 38 anni quando sono andato per la prima volta al casinò, in Slovenia. Ero con un amico e quasi ero intimorito da quell’ambiente. Ho giocato 10 mila lire, ne ho vinte 16 mila. Mi è piaciuto. Poi sono tornato un altro paio di volte con il mio amico e poi anche da solo, ogni volta che potevo, ormai l’azzardo si era impadronito di me».

In che senso?
«Mi sono accorto che non potevo farne a meno. Mi concentravo solo su quello. Cercavo di liberarmi il prima possibile dal lavoro - allora facevo il consulente finanziario e assicurativo - per andare a giocare. Non pensavo a riposare, nè a mangiare e quando ero di fronte a una slot non andavo nemmeno in bagno per paura che qualcuno, prendendo il mio posto, facesse la giocata vincente».

Come faceva a procurarsi i soldi per giocare così tanto?
«Il “finale” di ogni giocatore patologico è l’illegalità, perchè ha bisogno di dosi sempre maggiori di contanti. Ho fatto raggiri e piccole truffe per importi anche importanti. In alcuni casi sono riuscito a risarcire, in altri sono finito in tribunale...».

Facendo una stima approssimativa, quanto si è giocato?
«Allora, come dicevo, c’erano le lire... Beh, credo che siamo vicini al miliardo e mezzo».

Quando sono cambiate le cose?
«Premetto che ogni volta che uscivo dal casinò stavo male. Soffrivo dal punto di vista fisico e psichico. Ma mi passava in pochi minuti. Una sera del 2003, quando giocavo ormai da dieci anni, il dolore non passava. Continuavo a guardare quel libro sui giocatori patologici che mi aveva regalato la mia compagna nella speranza di aprirmi gli occhi. Ed è stato allora che ho capito che da solo non ce l’avrei fatta e ho trovato la forza di telefonare all’Agita».

Sono ricordi dolorosi...
«Sì molto, ancora oggi, ma li conservo volentieri perchè mi fanno capire che ora sto meglio. Rappresentano una sorta di monito».

Cos’è oggi per lei il gioco d’azzardo?
«E’ un attentato a noi stessi,sarebbe come se un uomo esile salisse su un ring di fronte Mike Tyson, il ko sarebbe assicurato sia dal punto di vista personale, sia da quello familiare. Perchè siamo più fragili di quello che pensiamo».

Cosa vuole dire a chi oggi gioca?
«L’unica via d’uscita è il percorso terapeutico. Si ha bisogno di un sostegno. Chi è vittima della dipendenza quasi mai se ne rende conto».