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31 maggio 2012
Perché per i calciatori la scommessa è patologica
Secondo un medico della clinica Sos Azzardo, gli sportivi sono tra le vittime più frequenti del gioco che, con l'online, diventa sempre più un'ossessione. La testimonianza di un ex calciatore caduto nella dipendenza a Wired.it
di Michela Dell'Amico
“Mi ponevo sfide in continuazione, che ne so: se non faccio 200 metri in 20 secondi muore mia madre”. È iniziata così la caduta nel mondo della dipendenza da 'gioco' per Alberto, che oggi ha 54 anni e fa l'allenatore di calcio. “Tutto era una sfida, la vita era una sfida, e quindi dovevo scommettere, estremizzare”. Ex calciatore, ha abbandonato l'attività molto presto a causa di un infortunio, poi è arrivata la depressione e dai 20 ai 40 anni “nonostante continuassi a lavorare come agente di commercio, spendevo tutto e anche di più nel gioco. Scommesse sui cavalli, poker, macchinette. Sono arrivato a indebitarmi e poi a rubare sul posto di lavoro. Giocavo la notte, fino alle 5. Dormivo tre ore e poi andavo a lavorare. Ho pensato al suicidio, l'ho detto a mia madre ed è lì che ho ricevuto la spinta giusta per provare a cambiare”.
Se la cronaca del calcio-scommesse riempie ancora una volta d'amarezza lo sport più amato dagli italiani, c'è chi ipotizza una risposta e lancia l'allarme: “I calciatori sono tra le categorie più a rischio di sviluppare dipendenze – dice Rolando De Luca, psicoterapeuta responsabile del Centro Sos Azzardo di Udine. Nella mia esperienza ho lavorato spesso con calciatori di serie minori e maggiori. Si tratta di persone che raggiungono ottimi livelli di soddisfazione personale, di riconoscimento sociale ed economico in giovane età. A 20 anni guadagnano 100, 200mila euro all'anno. A 30 anni finiscono la carriera, quando i loro coetanei stanno ancora cercando l'affermazione professionale, loro si ritrovano senza conferme. Non accettano di dover lavorare per molto meno e si buttano sul rischio: con investimenti poco sicuri che promettono forti guadagni, oppure nell'azzardo, sviluppando dipendenze da computer o shopping compulsivo, diventano alcolisti o arrivano a dipendenze illegali. Io lavoro con 240 persone, e di queste solo 2 sono disoccupati”.
Certamente il fenomeno riguarda in percentuale più i 'poveri' dei 'ricchi', che sono una fetta minore di popolazione, ma “queste patologie non hanno una caratterizzazione sociale. Siamo tutti esposti al rischio dipendenze e certamente la crisi economica gonfia il fenomeno. Basta perdere il lavoro, subire un lutto, affrontare una malattia, e il 'gioco' è la droga perfetta: è legale, molto pubblicizzato, non mi fa paura, mi fanno credere di poter giocare responsabilmente e io acquisto sogni in cambio di contanti, e butto la pensione, la casa, l'azienda, perché se vinco non avrò più problemi. I dati ci dicono che tra l'1 e il 3% della popolazione adulta italiana si trova oggi in fase patologica da gioco”, continua De Luca. Dalle 500mila a un milione di persone solo nel nostro Paese.
La spesa complessiva in 'giochi' si aggira oggi sugli 80 miliardi in Italia. Significa in media 1.300 euro buttati via a famiglia. “Sicuramente il web ha aggravato la situazione, è il nuovo territorio di conquista dedicato alle nuove generazioni, e amplificato da device come gli smart-phone è entrato ancora di più in casa, si vale di una fortissima pubblicità spam: è un dramma. Ci sono mille sfaccettature, non per forza legate al denaro o alla scommessa, ma magari all'isolamento. Parlo dei giochi di ruolo, le partite a pocker, attività che finiscono per assorbire tutte le ore libere. Per ora il fenomeno è più limitato rispetto all'azzardo tradizionale, ma la crescita è esponenziale”.
“ Gli sportivi – prosegue de Luca -, nel momento in cui smettono di fare l'attività che li impegnava parecchio, li ergeva a idoli tra Olimpiadi e campionati, possono ritrovarsi di botto senza sapere dove dirigere la loro energia, ancora giovanissimi”. Il mondo dello sport potrebbe prevedere e rispondere a queste esigenze. Basterebbe pensare a una terapia di gruppo per la squadra, che supporti il giocatore anche durante l'attività. “Questo renderebbe migliore il calcio, in tutti i sensi”, aggiunge De Luca.
“Non poter più giocare a calcio aumentava il mio stress – racconta Alberto - . Ricordo che andavo a correre, nel tentativo di scaricarmi, ma ero molto preoccupato, vedevo tutto bianco o nero, mi facevo colpe per qualsiasi cosa succedesse”. Nel suo caso, la radice del problema stava in una infanzia molto difficile, fatta di povertà e violenza, ma l'agonismo e la rinuncia hanno contribuito a peggiorare la situazione. “Gli sportivi sono più a rischio dei precari o dei disoccupati ad esempio – prosegue De Luca - perché in qualche modo la mente del giovane che prova ad affermarsi è preparata all'insuccesso e capace di affrontarlo più volte. Vedere interrotta la carriera così presto, invece, fa cadere per terra da un'altezza vertiginosa”.
“Adesso mi sento equilibrato – conclude Alberto -, è meraviglioso vedere come può cambiare la vita. Continuo a frequentare i gruppi in terapia perché rappresento un sostegno per chi inizia. Li coinvolgo iniziando a parlare per primo, perché non è facile aprirsi, e soprattutto non è facile aprirsi raccontando la verità. Adesso vivo senza paraocchi, ho capito che la vita ha mille sfaccettature e posso affrontarla con meno paura”.