“Mi ponevo sfide in continuazione, che ne so: se non faccio 200 metri in 20 secondi muore mia madre”. È iniziata così la caduta nel mondo della dipendenza da 'gioco' per Alberto, che oggi ha 54 anni e fa l'allenatore di calcio. “Tutto era una sfida, la vita era una sfida, e quindi dovevo scommettere, estremizzare”. Ex calciatore, ha abbandonato l'attività molto presto a causa di un infortunio, poi è arrivata la depressione e dai 20 ai 40 anni “nonostante continuassi a lavorare come agente di commercio, spendevo tutto e anche di più nel gioco. Scommesse sui cavalli, poker, macchinette. Sono arrivato a indebitarmi e poi a rubare sul posto di lavoro. Giocavo la notte, fino alle 5. Dormivo tre ore e poi andavo a lavorare. Ho pensato al suicidio, l'ho detto a mia madre ed è lì che ho ricevuto la spinta giusta per provare a cambiare”.

Se la cronaca del calcio-scommesse riempie ancora una volta d'amarezza lo sport più amato dagli italiani, c'è chi ipotizza una risposta e lancia l'allarme: “I calciatori sono tra le categorie più a rischio di sviluppare dipendenze – dice Rolando De Luca, psicoterapeuta responsabile del Centro Sos Azzardo di Udine. Nella mia esperienza ho lavorato spesso con calciatori di serie minori e maggiori. Si tratta di persone che raggiungono ottimi livelli di soddisfazione personale, di riconoscimento sociale ed economico in giovane età. A 20 anni guadagnano 100, 200mila euro all'anno. A 30 anni finiscono la carriera, quando i loro coetanei stanno ancora cercando l'affermazione professionale, loro si ritrovano senza conferme. Non accettano di dover lavorare per molto meno e si buttano sul rischio: con investimenti poco sicuri che promettono forti guadagni, oppure nell'azzardo, sviluppando dipendenze da computer o shopping compulsivo, diventano alcolisti o arrivano a dipendenze illegali. Io lavoro con 240 persone, e di queste solo 2 sono disoccupati”.

Certamente il fenomeno riguarda in percentuale più i 'poveri' dei 'ricchi', che sono una fetta minore di popolazione, ma “queste patologie non hanno una caratterizzazione sociale. Siamo tutti esposti al rischio dipendenze e certamente la crisi economica gonfia il fenomeno. Basta perdere il lavoro, subire un lutto, affrontare una malattia, e il 'gioco' è la droga perfetta: è legale, molto pubblicizzato, non mi fa paura, mi fanno credere di poter giocare responsabilmente e io acquisto sogni in cambio di contanti, e butto la pensione, la casa, l'azienda, perché se vinco non avrò più problemi. I dati ci dicono che tra l'1 e il 3% della popolazione adulta italiana si trova oggi in fase patologica da gioco”, continua De Luca. Dalle 500mila a un milione di persone solo nel nostro Paese.

La spesa complessiva in 'giochi' si aggira oggi sugli 80 miliardi in Italia. Significa in media 1.300 euro buttati via a famiglia. “Sicuramente il web ha aggravato la situazione, è il nuovo territorio di conquista dedicato alle nuove generazioni, e amplificato da device come gli smart-phone è entrato ancora di più in casa, si vale di una fortissima pubblicità spam: è un dramma. Ci sono mille sfaccettature, non per forza legate al denaro o alla scommessa, ma magari all'isolamento. Parlo dei giochi di ruolo, le partite a pocker, attività che finiscono per assorbire tutte le ore libere. Per ora il fenomeno è più limitato rispetto all'azzardo tradizionale, ma la crescita è esponenziale”.

“ Gli sportivi – prosegue de Luca -, nel momento in cui smettono di fare l'attività che li impegnava parecchio, li ergeva a idoli tra Olimpiadi e campionati, possono ritrovarsi di botto senza sapere dove dirigere la loro energia, ancora giovanissimi”. Il mondo dello sport potrebbe prevedere e rispondere a queste esigenze. Basterebbe pensare a una terapia di gruppo per la squadra, che supporti il giocatore anche durante l'attività. “Questo renderebbe migliore il calcio, in tutti i sensi”, aggiunge De Luca.
“Non poter più giocare a calcio aumentava il mio stress – racconta Alberto - . Ricordo che andavo a correre, nel tentativo di scaricarmi, ma ero molto preoccupato, vedevo tutto bianco o nero, mi facevo colpe per qualsiasi cosa succedesse”. Nel suo caso, la radice del problema stava in una infanzia molto difficile, fatta di povertà e violenza, ma l'agonismo e la rinuncia hanno contribuito a peggiorare la situazione. “Gli sportivi sono più a rischio dei precari o dei disoccupati ad esempio – prosegue De Luca - perché in qualche modo la mente del giovane che prova ad affermarsi è preparata all'insuccesso e capace di affrontarlo più volte. Vedere interrotta la carriera così presto, invece, fa cadere per terra da un'altezza vertiginosa”.

“Adesso mi sento equilibrato – conclude Alberto -, è meraviglioso vedere come può cambiare la vita. Continuo a frequentare i gruppi in terapia perché rappresento un sostegno per chi inizia. Li coinvolgo iniziando a parlare per primo, perché non è facile aprirsi, e soprattutto non è facile aprirsi raccontando la verità. Adesso vivo senza paraocchi, ho capito che la vita ha mille sfaccettature e posso affrontarla con meno paura”.