Dieci anni fa i giocatori incalliti sciupavano le loro sostanze e le loro vite andando al casino o scommettendo sui cavalli. Oggi invece a preoccupare l’Agita, l’associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie, è l’”azzardo di Stato” legalizzato, ovvero la massa di giochi che pervadono i bar e le sale, dalle slot machines ai videopoker, e perfino i gratta e vinci e il lotto, oltre ai giochi online (poker innanzitutto) e al dilagare delle scommesse. E nel convegno organizzato in quella Campoformido che da oltre 17 anni ospita il Centro di Terapia per ludodipendenti, il grido d’allarme per limitare l’escalation dell’espansione del gioco trova orecchie sensibili ma impotenti: “i Comuni – spiega il sindaco Andrea Zuliani – sono lasciati soli e non hanno mezzi per arginare la diffusione di questo fenomeno, salvo poi diventare l’ultima àncora di salvataggio per famiglie in difficoltà per le sue conseguenze distruttive”. E Manuela Celotti della Caritas Diocesana nota come “la sempre maggior accessibilità del gioco e il fatto che ormai lo Stato lo ha legittimato rendono sempre più difficile combattere la dipendenza. E in un momento di nuove povertà, dove la disoccupazione rende le persone ancor più fragili, capita persino che inconsciamente il gioco venga visto come un investimento”.
Fatto sta che dal 2004 al 2010 il fatturato dell’azienda “Gioco” in Italia è quadruplicato, da 19 a 80 miliardi. “E’assurdo: l’azzardo pubblico è una catastrofe per lo Stato stesso. Impoverisce le famiglie e ne disperde le risorse” spiega il presidente di Agita Adriano Valvassori. Eppure uscirne si può, come dimostrano le 156 persone già uscite dal trattamento e le 240 ancora in fase di terapia. “La nostra è una goccia nel mare – spiega il responsabile del Centro, il dottor Rolando De Luca – se andrà bene riusciremo a salvare 500 persone”. Le statistiche infatti dicono che un italiano su cento è giocatore patologico: e la dipendenza è difficile da ammettere e da vincere. “Serve lavorare a fondo sugli equilibri relazionali, ed è un cammino duro, dove un soggetto su due sperimenta anche le ricadute, ma nove su dieci smettono. Solo 4 su 100 abbandonano la terapia in corso, e nessuno dei giocatori arrivati qui negli ultimi tre anni lo ha fatto”.