L’abito è quello delle grandi occasioni. Quello buono. Indossato, assieme a un’ombra di trucco per le signore, pregustando col pensiero, per interi mesi, il momento. Non un banale cinema o una consueta cena, ma un’adrenalinica trasferta in pullman per raggiungere, dall’Emilia-Romagna, i casinò sloveni e giocarsi, non di rado a 70 anni suonati, l’intera pensione. È solo uno dei tanti, desolanti, volti della dipendenza da gioco d’azzardo recentemente raccontati da note trasmissioni tv. Un canto delle sirene apparentemente innocuo, che può invece rivelarsi drammaticamente pericoloso quando inciampa in mancanze affettive, difficoltà economiche, crepe esistenziali che al tempo della crisi e dei valori in caduta libera sono sempre più diffuse. Il mix è devastante.
Ragione di giocatori patologici a flotte, figli di una legalità quantomeno sospetta. L’Italia, che da un lato acconsente e guadagna sulle spalle di chi gioca, «è il paese in Europa con una delle legislazioni più arretrate in materia, con un quadro normativo insufficiente ad aggredire il fenomeno. Un paese dove il gioco d’azzardo patologico non è riconosciuto come dipendenza e dunque non è oggetto di un servizio ad hoc per l’opportuno trattamento terapeutico. La denuncia è del regista palermitano Francesco Russo, che ha deciso di sollevare il velo e raccontare con la telecamera l’altra faccia del gioco patologico. Non quella “battuta” di consueto dalle tv, inestricabilmente legata al dramma del gioco. Ma un’altra, fatta di sacrificio, ricerca, impegno, una strada che dal disagio porta alla guarigione, raccontata incontrando persone che oggi, a testa alta, possono dirsi ex giocatori. Russo le ha incontrate e riprese in Friuli, a Campoformido, dove in materia di terapia di gruppo, da ormai 13 anni, un centro – diretto dal dottor Rolando De Luca – fa scuola. Gestito da Agita, associazione degli ex giocatori e delle loro famiglie, consente, al ritmo di dieci gruppi di terapia la settimana, di raggiungere e mantenere l’astinenza con positivi risultati a lungo termine. Così, anziché fotografare tout court i drammi prodotti dall’abuso, Russo mostra la via d’uscita. Imprestate alla telecamera, le persone in cura a Campoformido raccontano infatti come dopo una lunga terapia sia possibile liberarsi dalla dipendenza, ricominciare, rinsaldare i legami affettivi, conservare il posto di lavoro. «Questo film – afferma il regista – è dedicato a tutti coloro che non vogliono arrendersi, che vogliono rimettersi in gioco nella vita di tutti i giorni, senza doversi più nascondere dietro il paravento della vergogna». Così nasce il lungometraggio ZerOper. Il titolo rimanda al gioco del tris, innocente passatempo da banchi di scuola, sinonimo di un gioco che nell’estensione odierna ha perso ogni tratto della sua sbarazzina fisionomia d’origine. Realizzato con un budget irrisorio dalle neonate case di produzione Indimage Film di Padova e Animando Film di Palermo, il documentario (56 minuti) per la distribuzione. Anteprima fissata per il primo dicembre, a Campoformido, dove a presentare il lungometraggio sarà il giornalista del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini. «Del resto – annuncia Russo – organizzeremo proiezioni pubbliche gratuite in tutte le sale che vorranno ospitare il mio lavoro. Non voglio soldi, voglio solo – afferma il regista, rimarcando la libertà che informa tutto il suo lavoro – che il messaggio sia diffuso il più possibile». Vale a dire: liberarsi dalla dipendenza da gioco si può. Non è uno slogan. Attraverso le testimonianze di protagonisti veri, pescati direttamente dal centro di Campoformido, il film lo certifica. Ai racconti delle loro emozioni, «raccolti – precisa Russo – seguendone da vicino la quotidianità nel post-terapia», il regista ha accostato le voci di due esperti in materia di gioco patologico, il dottor De Luca e il sociologo Maurizio Fiasco, esaminando con loro i benefici del supporto terapeutico da un lato e le ragioni di un’induzione, ormai collettiva, al gioco dall’altro. Ci dice in merito lo stesso De Luca: «I risultati sono positivi in misura altissima. Sottolineo che non si è mai verificato, tra i nostri pazienti, un solo suicidio e che sulle 280 persone seguite da noi una sola è attualmente disoccupata». Accanto ai canali di distribuzione tradizionali, il film ZerOper sarà presentato anche nelle scuole, in enti e istituti che lavorano nel campo della salute e della prevenzione. «Per questo – conclude Russo –, insieme al dvd definitivo, sarà distribuito anche un testo contenente un’inedita raccolta d’interventi del dottor De Luca, a testimonianza di un approccio terapeutico del tutto originale».