NEI «NOSTRI gruppi non si parla mai di dipendenze, non si parla di azzardo, se non nella prima fase. Si parla piuttosto delle storie delle persone, delle loro famiglie, delle loro aziende». Da 16 anni lo psicoterapeuta Rolando De Luca, con l’associazione ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie (Agita) di Campoformido, si occupa del recupero di chi è finito nelle maglie di questa dipendenza. «Su 283 giocatori patologici in cura da noi – dice – c’è solo una persona disoccupata; dal 1997, quando siamo partiti con l’attività, non c’è stato alcun suicidio. In più, ricerche sperimentali dicono che nel corso della psicoterapia di gruppo qui portata avanti la depressione cala, così come l’ansia e l’impulsività. E non va dimenticato che, dal 2010, tutte le persone che hanno iniziato la terapia con noi, a tutt’oggi non l’- hanno abbandonata ».
Numeri, certo. Dietro ai quali però ci sono storie vere. Fatte di sofferenza – che coinvolgono nel baratro anche le famiglie –, ma fatte pure di percorsi di liberazione dalla dipendenza. Che dimostrano come la ludopatia possa essere sconfitta. Queste storie, «raccontate » dalla voce degli stessi protagonisti, dei loro familiari e degli operatori, sono l’anima del documentario dal titolo «Zeroper-rimettersi in gioco» – che si presenta domenica 1 dicembre a Campoformido, alle 9, nel Centro polifunzionale, insieme al libro, firmato da De Luca, «Sono il fallimento più riuscito della mia vita» –, ideato e diretto dal giovane regista palermitano Francesco Russo.
56 minuti che narrano una realtà drammatica (nel 2012 l’Italia si è piazzata al secondo posto nel mondo per diffusione di gioco d’azzardo).
«Il mio lavoro racconta la vita straordinaria di ex giocatori patologici che, grazie a un lungo percorso terapeutico, sono riusciti a sconfiggere questa orribile dipendenza. Un modo per conoscere, attraverso la loro dolorosa esperienza, quali sono i rischi, ma anche le soluzioni per uscirne. Ho incontrato persone straordinarie che mai potrò dimenticare, sono entrato nelle loro case, le ho guardate, ascoltate. Si fa fatica a immaginare cosa c’è dietro queste esperienze. Ecco perché ho voluto rendere pubblico il loro percorso, facendo conoscere i lati negativi, ma anche quelli positivi».
Dunque, non ha narrato solo sofferenza.
«Ho raccontato cosa vuol dire “rimettersi in gioco”, recuperando quello che per un certo periodo di tempo si era dimenticato, oppure perduto. Molti di loro hanno ritrovato se stessi in modo diverso, altri hanno scoperto passioni che prima non avevano o ritessuto rapporti falliti. Si sono creati una vita completamente nuova. Nel loro sguardo ho colto la tristezza con cui ricordano il passato e la gioia con cui parlano del presente. Ed è questo che ho documentato ».
A chi è rivolto il film?
«A chiunque, perché il messaggio va diffuso il più possibile. Spero possa servire a chi è affetto da questa patologia e soprattutto alle giovani generazione che, forse, sono più a rischio di tutti noi. Per questo sarà diffuso anche nelle scuole e nelle associazione che vorranno accoglierlo, a titolo gratuito».
A chi deve dire grazie per questa realizzazione?
«Alle persone che si sono raccontate, perché hanno messo tutta la loro fatica, la disponibilità, la paura, la rabbia, la sofferenza e la gioia. A parte il prezioso contributo della Banca di Credito Cooperativo del Friuli Centrale di Martignacco, nessuno ha voluto finanziare il progetto. Anzi, le case di produzione si sono tirate indietro e una in particolare mi ha fatto una controproposta: girare un documentario sulla “bellezza” del poker. Ovviamente sono andato avanti per la mia strada, pur senza soldi, ma a testa alta».