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Redattore Sociale
29 novembre 2013
Gruppi terapeutici contro l'azzardo: il 90% smette di giocare
Dal 1996 è attivo il centro di Campoformido, in provincia di Udine: oggi 10 gruppi con 283 persone. In 18 anni nessun suicidio e molte famiglie salvate dalla rottura. De Luca: “La tipologia di abbandono è cambiata rispetto al passato”
di gig
CAMPOFORMIDO (Ud) - Superare la dipendenza da gioco d'azzardo si può, ma richiede un percorso lungo, terapeutico, che coinvolge non solo il giocatore patologico ma anche la famiglia. È questa la strada che si segue da anni, dal 1996 per la precisione, nel centro di Campoformido in provincia di Udine, nei gruppi dello pscicoterapeuta Rolando De Luca. I dati, diffusi alla vigilia di un incontro pubblico che si svolgerà domenica 1 dicembre, parlano chiaro: il 90 per cento dei giocatori che partecipano alla terapia non gioca più. Il restante 10 per cento, pur continuando a frequentare la terapia, continua a giocare, anche se meno. In 18 anni, inoltre, non si è verificato nessun suicidio tra i partecipanti, ma al contrario si è registrata una progressiva riduzione dei livelli di depressione, ansia e impulsività. Attualmente sono attivi dieci gruppi terapeutici, che riuniscono 283 persone. Il percorso richiede un impegno costante di diversi anni: tutti coloro che hanno iniziato nel 2010-2011-2012 non l’hanno a tutt’oggi concluso. Sono 156, invece, le persone che hanno raggiunto la naturale conclusione della terapia, tra ex giocatori e familiari (rispettivamente, 55 e 101). Nel biennio 2010/2012 la percentuale di abbandono è stata del 4 per cento: "La tipologia di abbandono è cambiata rispetto al passato - commenta De Luca -, quando le persone 'scomparivano' senza lasciare traccia di sé: ora infatti le interruzioni sono quasi sempre motivate e in alcuni casi quasi concordate”. Anche le assenze sono ridotte al minimo: la media delle presenze nel 2011-2012 è dell’84 per cento. Il percorso aiuta non solo a superare la dipendenza, ma anche a ricomporre un rapporto di coppia in molti casi al punto di rottura: "Le coppie che si separano nei gruppi sono in media una all’anno - riferisce De Luca -. Di solito arrivano al centro di terapia in grande difficoltà, ma qui lavoriamo sul dialogo e non sullo scontro. Quando non si riesce a evitare la separazione, è comunque poco conflittuale". Un altro risultato positivo è l'azzeramento pressoché totale dell'indice di disoccupazione tra i partecipanti. Questo dimostra, per l'esperto, che "nei gruppi terapeutici si va oltre le patologie per far sì che le persone si riapproprino della loro vita attraverso lo stimolo gruppale, sovvertendo storie già scritte e situazioni sociali di difficoltà che coinvolgono gran parte della popolazione normale". E aggiunge: "In un gruppo di terapia a lungo termine se una persona perde il lavoro viene spronata a reagire. Con un sostegno di questo tipo entro breve tutti trovano un lavoro. È evidente che se non c’è offerta non si fa nulla, ma magari li spingiamo a creare qualcosa da sè… abbiamo salvato tante aziende ma ne abbiamo fatte nascere anche molte".
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