Ha iniziato a giocare – semplici schedine, scommesse ai cavalli – a 16 anni. Poi questa «passione» – che riusciva a pagarsi perché aveva lasciato la scuola e si era trovato un lavoro per dare una mano alla madre che in quel periodo non stava bene – è andata in crescendo. Così è arrivato a 44 anni. E a non riuscire più a controllarsi. «Puntavo su tutto, di giorno in bar tra una pausa lavoro e l’altra, con tappe anche di 2/3 ore davanti alle slot machines. Me lo potevo permettere lavorando in proprio. La notte la passavo al casinò». Spendeva tutto quello che guadagnava («Tanto, perché gestivo anche tre attività contemporaneamente »). E le cifre non erano più solo quale migliaio di lire, ma 400/500 mila lire al giorno. E quando i soldi mancavano, se li faceva prestare da amici e conoscenti, adducendo sempre una scusa diversa. Così i debiti hanno cominciato a lievitare. Come la frenesia del gioco. E le ore di sonno a diminuire. «Stavo sveglio anche 2 giorni di seguito per dormire poi solo tre ore a notte ». Dario, agente di commercio di Trieste, oggi di anni ne ha 56. Era il 2012 quando è entrato in uno dei dieci gruppi di terapia condotti da Rolando De Luca, psicologo, psicoterapeuta, responsabile del Centro di terapia di Campoformido per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie. «In questi gruppi – illustra De Luca – si lavora sui problemi relazionali delle persone, sulle loro storie, su quelle delle loro famiglie. Gli esiti ci dicono che dal 1997, quando siamo partiti, abbiamo tre persone disoccupate e nessun suicidio. Chi ha iniziato la terapia dal 2010 al 2012 non l’ha a tutt’oggi abbandonata. E le ricerche che abbiamo pubblicato su riviste scientifiche testimoniano che ansia e depressione calano». Sull’esperienza di Campoformido è stato anche girato un film-documentario dal titolo «Zeroper- rimettersi in gioco» (appena presentato anche in Svizzera), ideato e diretto dal giovane regista palermitano Francesco Russo, pellicola che ha vinto di recente il Festival Internazionale del Cinema Patologico. L’incontro con De Luca, racconta Dario, ha segnato «la svolta». «Da quel momento sono rinato – dice – ; fino ad allora, invece, mi sentivo dentro ad un ciclone, nel marasma più completo. E non sapevo come uscirne». Tutta la sua esistenza era concentrata nel gioco d’azzardo. «Stavo malissimo. Mi rendevo conto di non riuscire più a gestirmi. Mi vergognavo di me stesso, di quello che stavo facendo. Ma non riuscivo a smettere. In ogni scommessa, in ogni giocata, riponevo l’illusione di vincere, di saldare tutti i debiti e di dare un taglio con quella vita insopportabile». Nel frattempo è rimasto anche solo perché la storia con la fidanzata è andata male. E come se non bastasse nel giro di 4 anni ha fatto un buco di oltre 100 mila euro (pian piano sta saldando tutti i creditori). «Mi nascondevo da solo la posta, per paura di aprirla e leggere di un’ulteriore ingiunzione di pagamento. Da tempo non saldavo bollette, affitto, tasse». I debiti lievitavano, ma la frenesia del gioco si faceva sempre più grande. Così, per riuscire a giocare ha persino rubato. «Ho sottratto denaro da uno dei posti di lavoro, poi la vergogna è stata talmente grande che mi sono autodenunciato e pian piano ho restituito tutto, fino all’ultimo centesimo». Quando si è trovato in mezzo al baratro, racconta, ha sperato a lungo in quell’aiuto che da solo non riusciva a trovare. «Ogni giorno mi aspettavo che qualcuno mi dicesse “Dario, ma cosa stai facendo?”. Desideravo sentire quella frase». Gli ultimi 5 anni, prima dell’incontro con De Luca, li definisce «un inferno». Dice di aver pensato più volte al suicidio. «Non mi piacevo più. Io che sono sempre stato un grande lavoratore, ammirato e cercato da tutti perché so ascoltare e aiutare chi è in difficoltà, non riuscivo a chiedere aiuto. Avevo bisogno di farlo, ma ne ero totalmente incapace. Non sapevo a chi rivolgermi. E l’unico pensiero era quello di farla finita». Poi un giorno, la madre che aveva capito tutto, lo invita a pranzo. E gli parla del dottor De Luca e di quello che fa al Centro di terapia. «Mi ha detto “se vuoi prendiamo un appuntamento?”. Ho risposto sì, senza esitazione». Da quella telefonata sono passati 12 anni. Ogni settimana Dario va a Campoformido. Sempre accompagnato dalla madre. E da 7 anche dalla nuova compagna, con la quale a breve metterà su famiglia. «Dico a tutti che vado dal dottor De Luca, una grandissima persona, a fare ginnastica per la mente. Il gruppo mi ha creato e mi crea benessere, mi fa vivere meglio. La terapia mi ha aiutato a tirare fuori tutte le sofferenze, ad analizzarle, a capirle e a superarle. E soprattutto a ricominciare a vivere». Una rinascita, la definisce aggiungendo che ad appena qualche mese dall’inizio della cura, ha cominciato anche ad allenare una squadra di calcio di bambini da 8 a 11 anni. «Un’esperienza che mi dà tanta soddisfazione. Poter offrire qualcosa di me ai piccoli, che sono un segno di speranza, attraverso la trasmissione dell’aspetto tecnico del calcio, è una gioia indescrivibile». In più, ogni volta che ne ha l’occasione, parla di quello che ha vissuto a causa della dipendenza dal gioco. Nelle scuole, durante convegni, in televisione. «Lo faccio senza timore o vergogna perché spero che questo possa aiutare chi adesso sta male. Perché voglio dire a gran voce che da questa dipendenza si può uscire. Certo, facendosi aiutare da chi è esperto, come ho fatto io. Ma si può!». Quando lo ringraziamo per aver accettato di raccontarci la sua esperienza ci dice: «Quasi quasi sono io che ringrazio la vita per avermi fatto stare così male, perché ciò mi ha dato la possibilità di fare un certo percorso e di essere l’uomo che sono.