Messaggero Veneto
30 novembre 2014
La presentazione
Con l'azzardo ci si gioca la vita.
Un libro racconta "il mostro"
di Margherita Terasso
Lo chiamano gioco, ma il termine inganna: qui non c'è divertimento né creatività, c'è distruzione. Il gioco d'azzardo è una dipendenza che spazza via tutto. Un mostro che cancella prima il conto in banca, poi le relazioni personali: di fronte a una slot o a un tavolo verde, emozioni, sentimenti e pensieri non esistono più.
"Sono stato un giocatore per molti anni. Oggi sto lavorando per ritrovare le relazioni familiari che ho perso". Dalle poltroncine della sala comunale di Campoformido, dove venerdì sera si è tenuta la presentazione del libro "L'azzardo del gioco" di Cristina Bertogna e Rodolfo Picciulin, presente il sindaco Monica Bertolini, una voce attira l'attenzione.
Il gioco d'azzardo è una realtà dai contorni oscuri, che va affrontata con una terapia vera e propria. E proprio da Campoformido,in particolare dal Centro di recupero per giocatori d'azzardo, sono partiti gli autori, raccontando attraverso la voce del fondatore da "Agita" (Associazione ex giocatori d'azzardo e famiglie) e fondatore del centro, Rolando De Luca, le modalità di cura e le fasi di lavoro per uscirne.
"Fare terapia è una rottura, ma devo ricominciare a comunicare con mio figlio e mi serve". L'uomo che si racconta fa parte di uno dei gruppi (dieci in totale) che il centro accoglie. "Recuperare la funzione paterna è difficile, spesso uno cade nel gioco proprio perché prima mancava il rapporto padre-figlio - interviene De Luca. Bisogna indagare in famiglia".
"Spesso il giocatore è semplicemente l'espressione più forte e violenta di un problema del gruppo familiare - conferma Picciulin. Per questo il lavoro terapeutico dovrebbe essere fatto anche da chi gli vive accanto". Alle volte però, i malati o i parenti "scappano" dalla terapia. "Capita che un soggetto decida di abbandonare, ma i miglioramenti possono arrivare anche di riflesso, tramite chi rimane" spiega De Luca.
Il percorso terapeutico di gruppo, che non ha una durata predeterminata, (in media 5-6 anni) porta risultati interessanti. De Luca li illustra: "Già dopo un paio di anni nei giocatori si osserva un aumento della capacità di riconoscere le emozioni e una diminuzione del livello di depressione e ansia".
Alcuni dati. Per quanto riguarda le abitudini di gioco, il 26% si dedicava alle new slot, il 22% frequentava casinò, il 14% al gratta e vinci, il 13% al lotto, il 12% al supernalotto. Quanto all'età dei partecipanti, per il 9% ha meno di 30 anni, il 18% tra i 30 e i 40, ill 33% dai 40 ai 50, il 22% tra i 50 e i 60, il 17% più di 60 anni.
"Dopo la terapia, l'indice di disoccupazione tra i partecipanti è quasi ridotto allo zero. Nei gruppi si va oltre le patologie per far si che le persone si riapproprino della loro vita attraverso lo stimolo gruppale" conclude De Luca.
Il libro, presentato dal giornalista Paolo Mosanghini, analizza il tema del gioco anche come elemento di crescita. "Bisogna ricominciare a considerarlo un valore, come fanno i bambini - commenta Giuliana Mazzon, psicoterapeuta. L'azzardo manca di soggettività e di pensiero. Il ludopatico crede di essere protagonista del gioco, invece ne diventa lui stesso l'oggetto". La dottoressa Bertogna precisa: "I più piccoli capiscono la differenza tra realtà' e fantasia. i giocatori d'azzardo hanno perso la dimensione immaginativa: la loro esistenza ruota attorno a quella macchina> Manuela Celotti, responsabile dell'Osservatorio delle povertà della Caritas di Udine, aggiunge: "Si gioca ovunque, offerta è vastissima. Il problema maggiore è che il gioco viene legittimato e pubblicizzato" E il messaggio è illusorio, dice che possiamo cambiare la nostra vita con il gioco. Niente di più sbagliato.