Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (l’ultima rilevazione quantitativa risale al 2017), i giocatori e le giocatrici patologici sono 1,5 milioni (il 3% della popolazione maggiorenne), mentre quelli a rischio moderato 1,4 milioni (il 2,8%). Tuttavia, per ogni giocatore, almeno altre sette persone sono coinvolte. Daniela Capitanucci, Rolando De Luca e Aniello Baselice, esperti di lunga pratica clinica, hanno lanciato su change.org una petizione dal titolo molto chiaro: "Noi famiglie, vittime dell'azzardo, chiediamo di abolirlo in Italia" di ELENA INVERSETTI
Da “matto da legare” a “tenace idealista” Don Chisciotte della Mancia ha cavalcato, in sella al suo ronzino, secoli di letteratura e di metafore. Ben oltre le intenzioni del suo creatore, Miguel de Cervantes. Ma pur sempre di mulini a vento si tratta. Almeno quando si parla di azzardo. Un settore che è la metafora più completa della contemporaneità. Oggi infatti i mulini a vento non rappresentano più la dura e prosaica realtà che si scontra con l’illusione, come nelle originali intenzioni di Cervantes. E non incarnano neppure più le forze brutte e cattive della modernità, secondo l’interpretazione ottocentesca. Anche perché oggi l’idealismo non basta più… che, quasi quasi, sa di utopia… Oggi i mulini a vento sono un intero settore economico, sostenuto dallo Stato che li traveste da innocui strumenti di svago. E chi li vede per quello che realmente sono, ossia marchingegni predatori, rischia di venir preso per pazzo.
Matti da legare, tenaci idealisti o esperti di lunga pratica clinica, Daniela Capitanucci, Rolando De Luca e Aniello Baselice hanno lanciato su change.org una petizione che fa discutere. Daniela Capitanucci, psicologa e psicoterapeuta, insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, è presidente di And – Azzardo e Nuove Dipendenze (Varese) ed è stata membro dell’Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave al Ministero della Salute. Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta italiano, considerato uno dei massimi esperti a livello nazionale nel campo della prevenzione e del trattamento della dipendenza dal gioco d’azzardo patologico, ha fondato e dirige il Centro di Terapia di Campoformido (Udine), una delle prime strutture specializzate in Italia (attiva dal 1995) per la cura dei giocatori d’azzardo e delle loro famiglie. Aniello Baselice, medico psicoterapeuta, è fondatore e consulente scientifico del Gruppo Logos – Associazione Famiglie in gioco (Salerno).
Si tratta di associazioni con una esperienza trentennale nella cura delle dipendenze e con un’attenzione specifica anche alle famiglie che, nella storia delle addiction, sono le grandi dimenticate. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità – l’ultima rilevazione quantitativa risale al 2017, ma sappiamo che l’Iss sta lavorando a una nuova indagine -, i giocatori e le giocatrici patologici sono 1,5 milioni (il 3% della popolazione maggiorenne), mentre quelli a rischio moderato 1,4 milioni (il 2,8%). Tuttavia, per ogni giocatore, almeno altre sette persone sono coinvolte: i suoi familiari e non solo, quindi in totale stiamo parlando di 20,4 milioni, ossia il 40% della popolazione. Eppure, le istituzioni riescono a intercettare solo il 5% dei giocatori patologici, mentre le famiglie seguite non arrivano a 3mila. Se non possiamo quantificare con precisione il danno di salute di questa popolazione, possiamo però stimarne il costo economico. L’80% dei ricavi dell’industria dell’azzardo arriva dal 20% dei giocatori problematici e patologici; di questo il 4,2% genera il 50% dei ricavi. Perciò il restante 46% dei ricavi arriva da chi non è ancora patologico ma è a rischio. Appunto, si definisce giocatore problematico.
Questa petizione è dunque un segnale. «Per la prima volta sono le famiglie a muoversi per rivendicare il diritto alla tutela della salute. Lo fanno in forma di advocacy. Nel mondo delle dipendenze infatti il capitale umano e sociale della famiglia è sempre stato sottovalutato, anche nei programmi di riabilitazione che avrebbero lo scopo di trasformare persone sofferenti in cittadini attivi. Oggi invece sembra quasi che le addiction siano considerate inevitabili. È lo scotto da pagare per la normalizzazione dell’azzardo e di tanti altri comportamenti a rischio». Per esempio l’alcol che ormai è diventata una “droga sociale” oppure il fumo, ma anche lo shopping, se ci pensiamo.
Al di là del proibizionismo
Così come l’idealismo donchisciottesco, anche chiedere l’abolizione del gioco d’azzardo sa di utopia. Eppure, resta il fatto che molte famiglie – peraltro di giocatori e giocatrici che hanno superato la malattia – oggi chiedono attenzione sul tema. E la chiedono in modo dirompente, con una petizione dal titolo molto chiaro: Noi famiglie, vittime dell’azzardo, chiediamo di abolirlo in Italia. A chi giudica questa iniziativa – che al momento in cui scriviamo ha superato le 3mila firme – come proibizionista, i promotori rispondono:
«Siamo a un bivio: bisogna curare chi è saltato sulle mine o sminare il terreno? Proibizionismo e antiproibizionismo sono due facce della stessa medaglia e non ci interessa discuterne. Ci ripetono che il proibizionismo negli Stati Uniti degli anni Venti ha fatto danni. Possiamo rispondere che in Italia, fino all’inizio degli anni Novanta, l’azzardo non era un problema sociale: riguardava poche persone. Da quando è stato progressivamente legalizzato siamo arrivati al disastro attuale. Ci sono limiti che sono stati superati. Quanti sono i suicidi legati all’azzardo? Ci sono, noi che siamo in prima linea nella cura li vediamo, ma non vengono conteggiati. Nessuno lo sa. Quante famiglie sono implose nel silenzio? Nessuno lo sa. Se su una strada muoiono cento persone l’anno e il sindaco la chiude, non è un proibizionista: dice basta, fate un giro più largo, ma almeno rimanete vivi. Invece nel nostro caso si parla di prevenzione e di “gioco responsabile”, mentre il mercato cresce». Le stime sul giocato del 2026 parlano di 180 miliardi di euro. «Il nostro non è proibizionismo, è buon senso, dato che la situazione è andata fuori controllo».
L’azzardo passivo: un problema di tutti
L’appello delle famiglie ci dice che il disturbo da gioco d’azzardo non è una questione di sanità individuale, come invece suggerirebbe il claim di Stato: gioco responsabile. «Che è come se dicesse che il giocatore se l’è cercata, insomma è colpa sua… Una narrazione molto apprezzata dall’industria del gambling, ma anche dalla politica e da una parte di operatori e di associazioni».
Quale lettura allora va sostituita? «È una questione di sanità pubblica. I danni colpiscono chi azzarda, la sua famiglia, gli amici e, a cerchi concentrici, chiunque entri in relazione con lui, anche per ragioni professionali o istituzionali: dal datore di lavoro all’amministratore di condominio. E poi pensiamo, per esempio, se in pronto soccorso ci assiste un medico che la sera prima si è giocato lo stipendio, la sua testa è altrove. I suoi pazienti, pure se non hanno mai scommesso in vita loro, diventano vittime collaterali».
Molto estremo come esempio… «Riporto allora un altro esempio tratto dal libro, sempre attuale, di Umberto Folena L’illusione di vincere. Il gioco d’azzardo emergenza sociale. Quello del carabiniere che, mentre si trova sulla scena di un incidente stradale, ruba la borsetta della dottoressa che sta soccorrendo la vittima; quello stesso giorno i soldi rubati vengono giocati in una sala slot. Bisogna insomma smettere di pensare unicamente ai danni che subisce chi gioca e guardare anche a quelli che lui o lei procurano alla collettività. Lo dice anche Daria Ukhova, dell’Università di Glasgow, che fa parte del Lancet Public Health Commission on gambling: basta parlare solo del giocatore patologico, dobbiamo allargare lo sguardo».
Anche ai danni prolungati nel tempo e per molto tempo non visti. Infatti le conseguenze dell’azzardo «non nascono dalla sera alla mattina e gran parte è prodotta da persone che non soddisfano ancora i criteri clinici per parlare di dipendenza. All’inizio si salta qualche rata del mutuo, si fa qualche piccolo furto in casa… Perciò, se vogliamo contabilizzare davvero i danni, dobbiamo guardare l’intero spettro dei consumi, non solo quelli patologici». L’azzardo infatti comincia come “gioco” sociale e, prima di diventare patologico, passa una fase, più o meno lunga, di comportamento problematico che causa danni collaterali, ben prima del raggiungimento di una soglia diagnostica.
Infine, ma non da ultimo: «Pensiamo ai minori che vivono nelle famiglie colpite dall’azzardo: indigenza, ma anche conflitti quotidiani, bugie, vergogna, sensi di colpa…. Come cresce una generazione in un contesto così?».
Come scegliere di stare di fronte ai mulini a vento
And-Aps, Agita e Gruppo Logos sono associazioni nate tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila «e la nostra lunga esperienza ci porta all’ipotesi cervantesca che proponiamo con la petizione. Ma non siamo matti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice chiaramente che bisogna favorire comunità saluto-geniche». Significa ridurre i rischi che producono malattia e promuovere il benessere «che però non significa solo insegnare le life skills. Vuol dire togliere le mine dal terreno, creare ambienti dove gli stili di vita facciano stare bene le persone e non essere trappole. In Italia invece la narrazione ha preso un’altra piega, e non in modo neutrale: ci sono lobby fortissime. Hanno molta voce in Parlamento, mentre le famiglie non sono mai state audite. Mai». La mobilitazione per la petizione vuole dunque essere un segnale civico di affermazione dell’esercizio di cittadinanza attiva da parte dei membri delle associazioni a salvaguardia della salute di tutti, non solo di chi vive un problema.
3.041 firme non sono tantissime. «Per avere forza servono numeri molto più alti, ma per arrivarci abbiamo bisogno dell’appoggio di tutti: dei sindacati, della Chiesa, dei partiti, delle associazioni. Ma anche della gente comune: chiunque può osservare persone in coda alla tabaccheria per comprare gratta e vinci nell’illusione di cambiare la propria vita, o attaccati a una slot nel bar, vivere come alieni in una dimensione fittizia; oppure ancora immersi in una scommessa al cellulare. E chiunque, da semplice cittadino, può chiedere di dire basta. Naturalmente poi bisogna mettere la questione nell’agenda politica, altrimenti finisce come l’altra volta… Attorno al 2015 furono depositate 100mila firme per una legge di iniziativa popolare per abolire l’azzardo, ma sono ancora lì. E nessuno lo sa».