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Il Giornale
04 marzo 1999
Pillola guarisce dal virus del gioco
Un farmaco antidepressivo di ultima generazione, il Fevarin, può modificare il comportamento dei giocatori d'azzardo fino a farli smettere di giocare del tutto. E' quanto ha dimostrato uno studio pilota condotto negli Stati Uniti e presentato dalla casa farmaceutica Solvay Pharma che produce questo medicinale, usato da oltre 50 Paesi. Lo studio, il primo del suo genere, è stato effettuato da Eric Hollande, psichiatra del "Mount Sinai School of Medicine" di New York, su 10 giocatori patologici. I pazienti hanno seguito un trattamento iniziale di otto settimane con placebo seguito da una terapia di altre otto settimane con Fevarin, a base di Fluvoxamina, e al termine della terapia "il 70% dei giocatori ha modificato il proprio comportamento smettendo completamente di giocare d'azzardo". Questi risultati hanno spinto i ricercatori ad effettuare uno studio su un campione più ampio i cui dati, che saranno disponibili nel maggio di quest'anno sembrano già confermare quanto osservato dallo studio pilota. I medici hanno spiegato che il meccanismo d'azione della fluvozamina è associato alla sua capacità di agire sul sistema serotoninergico che presiede all'iniziazione e all'inibizione dei comportamenti e che regola l'aggressività e la capacità di controllare gli impulsi. Una pillola che in Italia sarebbe un toccasana. Sono infatti 150mila gli italiani "ammalati" di gioco d'azzardo. Casinò, lotterie statali e scommesse sono la loro ragione di vita: sfidano la sorte, sognano il grande colpo, ma trovano solo la dipendenza. Il gioco non è più una passione ma una patologia che rende incapace di smettere chi viene colpito. Di gioco d'azzardo patologico si è parlato ieri in occasione del Congresso nazionale della Società italiana di psicopatologia, in corso a Firenze. "Dovuto alla presenza di uno squilibrio a livello di alcuni neurotrasmettitori presenti nel cervello e ad una probabile predisposizione individuale su base genetica, il gioco d'azzardo patologico - afferma Luigi Ravizza, direttore del Dipartimento di neuroscienze di Torino - è caratterizzato da una ossessiva preoccupazione a giocare, dalla necessità di puntare somme di denaro crescenti per un periodo di tempo sempre più lungo. Questa ossessione persistente genera una forma di dipendenza che può essere placata solo con la ripetizione dell'azione": Nel nostro Paese sono 13 milioni i giocatori abituali. Districandosi fra tavoli verdi e slot machine, ricevitorie e circoli privati, nel '98 le famiglie italiane hanno speso in media un milione di lire ciascuna. Lo scorso anno lo Stato ha incassato ben 27mila miliardi di lire. Un vizio tutto italiano quello del gioco d'azzardo, sempre più diffuso, che in molti casi rischia di diventare una patologia. Questi, segnalati dagli specialisti, i nove campanelli d'allarme che possono far individuare il giocatore patologico. Puntare diventa il pensiero più importante: il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze passate di gioco, a pianificare la strategia per vincere la prossima volta, a escogitare i modi per procurarsi il denaro. Scommettere somme sempre maggiori diventa necessario per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato. Quando si cerca di smettere o di giocare meno, si provano irrequietezze e irritabilità. Chi ricorre al gioco d'azzardo lo fa per fuggire ai problemi o per liberarsi da un senso di disperazione o di colpa, dall'ansia e dalla depressione. Quando il giocatore perde, ritorna a puntare per rifarsi: è preoccupato soltanto di non avere più soldi per poter giocare ancora. Mentre in famiglia e con gli altri per nascondere il profondo grado di coinvolgimento nel gioco, arriva a compiere azioni illegali per trovare i soldi, mette a rischio o perde una relazione importante o anche il lavoro per poter tornare a scommettere. Chi soffre di gioco d'azzardo patologico infine si serve degli altri perché gli forniscano il denaro necessario a fronteggiare una situazione economica spesso disperata. Ogni suo tentativo di smettere di giocare si rivela inutile e gli procura uno stato di malessere, impedendogli di compiere normalmente le diverse attività quotidiane. A salvarlo sarà una pillola?
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