Che cosa spinge una persona, apparentemente normale, a rovinarsi a un tavolo verde o alla slot machine
Quindici storie di giocatori estremi raccontate e raccolte in un libro da Silvana Mazzocchi
Circa settecentomila persone sono in Italia affette da questo male psicologico
C´è una relazione tra l´individuo e la società in cui certi giochi si praticano
Innocenza e finzione nei giochi dei bambini, avventura nei giochi della vita, sorpresa nel gioco della lingua, rito nei giochi sociali, azzardo nei giochi profondi, rischio nei giochi pericolosi, illusione nei giochi dell´io. Sono questi gli ingredienti di quel mistero che è il gioco, dove non è dato sapere dove finisce l´innocenza, dove incomincia lo svago, dove si inserisce il rito, dove si annuncia il rischio, dove il pericolo si fa minaccioso, dove la catastrofe, neanche annunciata, si fa tragedia.In Vite d´azzardo. Storie vere di giocatori estremi (Sperling & Kupfer, pagg. 208, euro 15, dal 5 marzo in libreria) Silvana Mazzocchi, da grande narratrice qual è, raccoglie la testimonianza di quindici ex giocatori d´azzardo e delle loro storie, drammaticamente segnate da percorsi di autodistruzione e di rinascita, per offrirle alla pubblica lettura con uno stile nervoso e incalzante, che ben riproduce l´eccitazione controllata del giocatore, l´entusiasmo trattenuto, la delusione mascherata, l´apprensività appena percettibile, fino al buio profondo dell´autodistruttività in cui il giocatore precipita, senza neanche la percezione di quando è incominciata, incontrollata, la discesa in quel buio profondo, dove la posta in gioco non è tanto il denaro quanto la perdita di sé.Il giocatore d´azzardo, infatti, è un perdente coatto, simile all´amante respinto sempre alla ricerca di un´autopunizione. Qui gli psicoanalisti si sono profusi nelle loro sessual-spiegazioni e hanno parlato di coazione onanistica, di fantasia di annientare e partorire spontaneamente se stessi attraverso la distruzione e la creazione di insperate fortune, di incertezza tra maschile e femminile simboleggiati dal rosso e dal nero di una roulette impazzita, di anale avidità per il denaro. Poi uno si guarda intorno e scopre che mezza Italia vive di gioco d´azzardo.Infatti tra Totocalcio, Totip, Enalotto, Superenalotto, Gratta e vinci, Bingo, videogiochi, slot-machine, poker, casinò, e perché no la Borsa, le statistiche ci dicono che, tra gioco legale e illegale, in Italia si spendono ogni anno sessantamila miliardi di lire (Borsa esclusa) in un giro di vincite e perdite che coinvolge metà della popolazione. Che dire? Che un italiano su due esprime in questo modo la sua sessualità incerta tra attività e passività, o le sue tendenze masochistiche che spingono in modo coatto all´autopunizione?No, la spiegazione psicoanalitica non regge ed è smentita proprio da questo bellissimo libro di Silvana Mazzocchi, dove anche ai non addetti ai lavori risulta chiaro che dalle quindici vite narrate risultano quindici diversissimi percorsi che hanno portato il giocatore alla coazione psicologica a sfondo autodistruttivo.Rolando De Luca, responsabile dei gruppi terapeutici e animatore del Centro di terapia per i giocatori d´azzardo e le loro famiglie a Campoformido, vicino a Udine, nella sua ben documentata introduzione al libro della Mazzocchi ci dice che i giocatori patologici in Italia si aggirano intorno ai settecentomila e siccome il problema del gioco non può essere ricondotto esclusivamente al singolo giocatore ma va esteso quantomeno al nucleo familiare, dobbiamo tenere in seria considerazione il fatto che questa eventualità determina una forte lievitazione del numero di persone direttamente o indirettamente coinvolte, tanto da costituire, e non soltanto nel nostro Paese, una vera e propria emergenza sociale.Lo Stato naturalmente da un lato limita e controlla l´apertura delle case da gioco, forse per quell´aria un po´ vizza che hanno da bordelli di élite, dall´altro apre le sue ricevitorie e dà licenze a bar e tabaccherie affinché tutti possano prendere confidenza col gioco e incanalare lì la tendenza autodistruttiva che c´è in ciascuno di noi, affinché anche dalla nevrosi si possa trarre profitto.Nevrosi sessuali e quindi tassa sui bordelli. Nevrosi autodistruttive e quindi sollecitazione al gioco d´azzardo. I bordelli sono stati chiusi, e perché non anche le ricevitorie? I danni sociali non sono insignificanti se solo consideriamo che il giocatore patologico dedica gran parte del suo tempo al gioco, sperpera somme sempre più grandi di denaro, si indebita per la gioia degli usurai, se imprenditore va incontro molto spesso a fallimenti finanziari per la gioia dei suoi dipendenti. Se invece è dipendente non di rado perde il lavoro, arriva a compiere frodi e falsificazioni e non infrequentemente tenta il suicidio. E tutto ciò fuori dalle mura di casa. Perché se dovessimo varcare quelle mura allora lo spettacolo si fa ancora più drammatico, perché l´aria che si respira è piena di ansia e di incertezza per il futuro. Ansia e incertezza che investono l´intero nucleo familiare, azzerano qualsiasi iniziativa e la possibilità di costruire biografie con un minimo di prospettiva e di fiducia di base. E tutto ciò solo per consentire sempre maggiori introiti economici ai gestori del gioco, Stato compreso, con la sua offerta massiccia di giochi d´azzardo e nessun tipo di prevenzione? Questa offerta non la si può ridurre? Non si può contenerne la pubblicità, informare il pubblico sui pericoli della dipendenza, attivare servizi che aiutano a smettere di giocare, così come si fa con l´alcol e come si è incominciato a fare col fumo? O dobbiamo aspettare che i giocatori patologici raggiungano cifre più consistenti con danni individuali, familiari e sociali più evidenti?Perché proibire la droga e non il gioco? Perché il drogato fa schifo e il giocatore si presenta in giacca e cravatta? Sono le apparenze che fanno la differenza? In fondo tra un drogato di sostanze e un drogato di gioco d´azzardo l´unica differenza è nel modo di gestire la propria autodistruttività. Identica è la dipendenza, identica forse la motivazione, se è vero, come si legge nel libro della Mazzocchi, che a spingere al gioco è l´ansia sottile che corrode una vita che comincia a rivelarsi piatta, o troppo poco interessante, senza veri stimoli, senza particolari rischi, quindi non condotta al limite.Sappiamo tutti che l´unico modo di vincere al gioco è quello di non giocare, perché nessun giocatore abituale ha mai vinto più di quanto abbia mai realmente perduto. Ma cosa spinge un giocatore a giocare? Qual è la sua psicologia? Con le sue Storie di giocatori estremi Silvana Mazzocchi ci mette in guardia da una diagnosi che valga per tutti. Le storie personali sono tutte diverse. Però c´è un fatto. Il gioco d´azzardo è aumentato in modo esponenziale in questi ultimi anni. C´è la possibilità di individuare una correlazione tra la psicologia del giocatore e il tipo di società che in questi anni abbiamo costruito? Ci provo, senza nulla garantire, esaminando i tratti che sembrano essere comuni a tutte le "Vite d´azzardo".A differenza del giocatore sportivo, il giocatore d´azzardo non può in alcun modo interagire nel suo gioco, non può impegnare la sua intelligenza, né tantomeno la sua forza fisica. La sua è una condizione di "passività". E anche se si considera superiore agli altri in quanto amante del rischio, in realtà il giocatore d´azzardo se ne sta semplicemente in attesa della sentenza della sorte, fidando in potenze superiori su cui non esercita alcun controllo. La sua condizione è simile a quella dell´uomo primitivo che, privo di conoscenze e di strumenti tecnici, era costretto a subire la sorte fausta o infausta.A questo punto capovolgiamo la situazione. Se la nostra società è regolata da processi su cui il singolo individuo non ha alcuna incidenza, se basta un crollo delle Borse in Estremo Oriente o il crollo delle due Torri a New York per sentire immediatamente gli effetti nella vita quotidiana di ciascuno di noi, questa mondializzazione dei processi, su cui nessun individuo può esercitare il minimo controllo anche se immediatamente ne risente gli effetti, non induce quello stato di "passività", tipico di chi si dispone semplicemente a subite una sorte? E questo stato di passività non è forse il tratto caratteristico del giocatore d´azzardo che non può interagire nel gioco, ma è costretto semplicemente a subirlo?Si può sempre obiettare che nulla impedisce di star lontani dal tavolo verde o dalla slot machine. Ma se, per effetto della globalizzazione, il mondo intero diventa un tavolo verde o una slot machine, su cui i singoli individui non hanno alcuna possibilità di intervenire, forse anche la nostra vita non può evitare di diventare una "vita d´azzardo" e noi tutti dei "giocatori estremi" che, nell´impossibilità di incidere realmente sull´andamento delle cose, chiudiamo gli occhi e aspettiamo la sorte.Se questa ipotesi è vera, i giocatori d´azzardo non rappresenterebbero più solo vite in procinto di autodistruggersi, ma sarebbero il sintomo dell´autodistruttività che attraversa quella società dove i singoli individui sono ridotti a uno stato di passività, perché, comunque si comportino, le loro azioni non hanno alcuna incidenza sul gioco. E´ il caso della nostra società? Per effetto dei processi di globalizzazione temo proprio di sì.