Attualmente sono 150 i friulani in terapia a causa delò vizio del gioco d’azzardo. Dietro a loro si nascondono drammi privati, perdite miliardarie, famiglie sull’orlo della rottura. Chi li aiuta è un’istituzione che sta assumendo un’importanza vitale per molte femiglie friulane.
É partito in sordina alcuni anni fa, ora il Centro di terapia di Campoformido per giocatori d’azzardo e loro famiglie è conosciuto in tutta Italia, tanto da aver attirato l’attenzione e l’interesse dei media in più di un’occasione. A dargli ulteriore e vasta risonanza giunge adesso anche il libro di Silvana Mazzocchi edito da Sperling & Kupfer, opera nata da un’esperienza che ha portato l’autrice, inviata del quotidiano la Repubblica, a raccogliere dalla viva voce di alcuni dei protagonisti le loro storie tormentate. «Vite d’azzardo» – questo il titolo del volume – sarà presentato a Udine, in sala Aiace, alle 18 di venerdì 15 marzo dal fondatore del Centro, il dottor Rolando De Luca, che ne ha anche curato la prefazione.
A Campoformido, dove il Centro ha trovato appoggio e spazi grazie a un’amministrazione comunale dimostratasi particolarmente sensibile, si rivolgono persone che a volte sono a un passo da decisioni estreme, definitive, dopo che tutto è stato distrutto, sacrificato sull’altare del gioco: beni, lavoro, affetti. Ma telefonano anche molti familiari, coniugi, genitori e figli di chi non ha saputo sottrarsi al crescendo di dipendenza, una spirale che ha travolto ogni cosa risucchiando il protagonista e le persone vicine in un autentico inferno.
Eppure il gioco d’azzardo, sempre più propagandato e diffuso, attività di massa di enormi proporzioni economiche e sociali, suscita interesse o una qualche attenzione in almeno l’80% della popolazione italiana. Un’attrazione per molti irresistibile, appuntamento con la fortuna sfidata a suon di banconote dimenticando per un tempo che può essere un attimo, un’ora o una serata la piattezza della vita quotidiana. Fortunatamente chi scivola nel gioco patologico è una fetta minima, calcolata tra l’1 e il 3% della popolazione adulta, una percentuale comunque preoccupante se si considerano i risvolti sulla vita personale e sociale di questi individui. Ecco allora che si pone la necessità di un aiuto, che soltanto iniziative di carattere volontaristico o privato riescono per ora a dare. Una di queste è proprio il Centro nato nella cittadina del Trattato, una proposta che aveva il sapore della sfida ma nella cui serietà lo stesso Comune ha voluto subito credere, tanto da aver offerto in municipio il recapito per l’Associazione (Agita) nata due anni fa tra gli ex giocatori oltre ad aver concesso una sala per gli incontri dei gruppi terapeutici. Chi volesse prendere contatti può farlo visitando il sito www.sosazzardo.it oppure chiamando il numero 0432-728639.
Quanti si siano finora accostati al Centro è difficile dirlo: «Spesso chiamano, chiedono informazioni – racconta il dottor Rolando De Luca, fondatore del Centro dopo le prime esperienze condotte con alcuni giocatori e loro congiunti nel ’94-’95 – ma molti lasciano perdere, perchè l’impegno richiesto è notevole e non tutti se la sentono di intraprendere un cammino che può durare anni. Attualmente le famiglie seguite sono oltre una cinquantina, per un totale di 150 persone circa, divise in cinque gruppi». «La nostra è una sfida terapeutica, che ha pochi altri esempi in Italia» spiega ancora De Luca, che illustra così il percorso di chi, una volta lanciato il grido d’aiuto, decide di incamminarsi sulla strada del recupero: la richiesta d’intervento da parte del giocatore o di un suo familiare è seguita da un paio di colloqui, la presa in carico avviene se il soggetto rientra nei criteri che portano a una diagnosi di «giocatore d’azzardo patologico»; le prime sedute non prevedono ancora l’ingresso nel gruppo, che avverrà in un secondo momento. La scelta di farvi parte pone il giocatore e la sua famiglia – spiega il terapeuta – di fronte all’accettazione di un lavoro teso a conseguire cambiamenti profondi nello stile di vita e di fondamentale importanza è proprio il coinvolgimento dei componenti del nucleo familiare, che spesso sperimentano direttamente e in maniera drammatica le conseguenze del gioco. Il lavoro parte incentrandosi sul tema del gioco d’azzardo per portare poi alla luce tutto ciò che il gioco copriva. «Ecco allora che emergono – sono parole di De Luca – nuove emeozioni, ricordi, immagini che ricreano, rimodellandolo, un gruppo che non è più quello delle prime sedute. In particolare, dopo due anni di terapia, possiamo considerare superata la fase del gioco - non gioco; emergono però ansia, rabbia, angoscia relative a una vita che comincia a essere considerata dal giocatore “senza particolari rischi, non condotta al limite”. Il compito dello psicoterapeuta sarà di elaborare tutto questo materiale individuando tempi e modi di conclusione della terapia riconsegnando le famiglie alla vita d’ogni giorno, una vita da vivere senza il gruppo di terapia, senza quell’involucro che garantiva comunque una protezione».