É maschio, molto spesso sposato, ha un titolo di studio che va dalla licenza media al diploma di scuola superiore; lavoratore autonomo in due casi su tre, la sua età media è piuttosto elevata, quasi sempre è anche un fumatore incallito: è questo l’identikit del giocatore d’azzardo, così come emerge dai dati raccolti in questi anni di lavoro dal dottor Rolando De Luca, responsabile del Centro di terapia di Campoformido.
«Il 90% dei giocatori in terapia sono maschi; considerato che la percentuale di donne giocatrici secondo le statistiche è del 25% sarà interessante osservare se in futuro – spiega De Luca – la percentuale di soggetti femminili che richiedono un intervento terapeutico per gioco d’azzardo patologico subirà sensibili variazioni». Tra gli altri dati che si ricavano dall’attività del Centro risalta la provenienza dei giocatori in cura: il 76% risiede in regione, il restante 24% fuori regione. Il 51% delle persone che hanno fatto ricorso alle terapie giocava al casinò, il 21% alle corse dei cavalli, il 15% al lotto, il 13% ai videopoker.
Ai gruppi di terapia il giocatore è accompagnato dai familiari nel 90% dei casi, mentre solo il 5 per cento si presenta da solo; il restante 5 per cento è dato da familiari che partecipano al gruppo senza il congiunto giocatore. Un dato che si impone è poi la dipendenza da tabacco, presente nel 90% dei casi; fa uso d’alcol (almeno tre volte la settimana) il 15%, mentre l’uso di una o più sostanze psicotrope riguarda il 3% dei frequentanti i gruppi.
Un punto dolente è quello riguardante la rinuncia: il 30% dei giocatori abbandona la terapia e questo di solito avviene in prima o seconda seduta; chi abbandona riprende inesorabilmente a giocare d’azzardo. I risultati dicono che la stragrande maggioranza dei giocatori che frequentano il gruppo non gioca più d’azzardo mentre gli altri, pur continuando a frequentare la terapia, continuano a giocare anche se in misura inferiore rispetto all’inizio del trattamento.