Se questa mattina uscendo dalla ricevitoria del Lotto vi siete ritrovati con il portafoglio alleggerito e il cuore gonfio di aspettative, che comunque saprete infrante immancabilmente di fronte alla lista dei numeri estratti... Se poi alla cassa non avete resistito all’impulso di graffiare un gratta e vinci che inevitabilmente giace stracciato nel cestino del tabaccaio... avrete contribuito a racimolare i sessantamila miliardi di lire che si spenderanno quest’anno in Italia per il gioco legale e illegale, ma il fatto di sentirsi in buona compagnia non dovrebbe crearvi un alibi come vi convincerete leggendo l’interessantissimo libro di Silvana Mazzocchi. Quindici storie vere, semplici e angoscianti propri per la loro quotidianità, ci presentano altrettanti casi di dipendenza da gioco d’azzardo. Le testimonianze sono state raccolte nel centro di Campoformido dove si riunisce l’A.Git.A. (Associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie). L’associazione ha al momento in cura oltre cento persone, tra giocatori e familiari, e propone un iter di “disintossicazione” che aiuti il “paziente” e chi gli sta vicino a reinventarsi la propria vita partendo proprio dalla sua dipendenza, percepita come occasione di cambiamento. Accade quindi che famiglie intere si ritrovino, si ricreino proprio a partire dalla dipendenza del giocatore. Il dottor Rolando De Luca, responsabile del Centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie di Campoformido, nella prefazione al volume della Mazzocchi, definisce il gioco d’azzardo come una “forma di dipendenza, di tossicomania legale senza sostanze stupefacenti”.
I problemi quindi sono molteplici: l’individuazione psicologica delle motivazioni che spingono ad annullarsi nel gioco, il grado di dipendenza superato il quale è indispensabile chiedere aiuto, e infine, problema molto scottante e attuale, l’intervento possibile a livello sociale per prevenire il fenomeno. Per quanto riguarda il primo punto lasciamo agli addetti ai lavori le molteplici interpretazioni psicologiche sull’argomento ben riassunte dallo stesso De Luca nell’introduzione, noi siamo stati particolarmente colpiti dalla considerazione che il gioco d’azzardo consegue a uno stato di noia, a una sensazione di piattezza nei confronti della propria esistenza, ma, anche a una sorta di masochismo che spinge a subire passivamente il responso di una fortuna cieca, piuttosto che agire per costruire qualcosa di concreto: distruggere piuttosto che costruire, attendere piuttosto che agire. Parlando poi di confini che separano il giocatore occasionale dal dipendente patologico, valutando che un italiano su due gioca regolarmente ai vari SuperEnalotto, Lotto, Gratta e Vinci... e chi più ne ha più ne metta, si potrebbe dedurne che un italiano su due sia un potenziale malato, in realtà, fortunatamente solo il 3 per cento dei giocatori diventa dipendente. A questo punto però ci chiediamo quanto possa a lungo (neanche tanto) aumentare questa percentuale dal momento che la nostra società con i suoi ritmi alienanti e la continua affermazione del denaro come simbolo di prestigio personale ci spinge a cercare il facile guadagno, magari accompagnato da uno svago senza impegno. Sommiano poi l’impatto di una pubblicità martellante che mira a presentare illusoriamente il gioco (Lotto SuperEnalotto, Bingo...) come un motivo di normale aggregazione sociale (se giochi il mondo ti sorride, sei alla moda e in buona compagnia!) il quadro che ne esce è davvero preoccupante.