È un record di presenze quello che Mario, imprenditore friulano di mezza età (il nome ovviamente non è quello reale), ha collezionato in due anni nei casinò della Slovenia: 400 volte ha puntato alla roulette, ha giocato a chemin de fer, black-jack, alle slot machines. Oggi di quell’esperienza parla con lucido distacco, accetta di portare la sua testimonianza perchè, spiega, deve essere chiaro che da soli non se ne esce, che l’aiuto degli altri, la famiglia in primo luogo, è fondamentale.
Come ha iniziato a giocare?
«Ho sempre amato giocare, la mia stessa vita è stata sempre condotta un po’ sul filo del rischio, ma la passione per il gioco e la dipendenza sono venute dopo le prime visite ai casinò oltreconfine. A quelle prime giocate sono seguite le visite continue in un crescendo che è paragonabile all’innamoramento, quando null’altro conta al di fuori dell’oggetto del proprio amore, in questo caso il gioco d’azzardo. Mia moglie pensava infatti che avessi un’amante...».
Quanto ha perso in tutto?
«Un miliardo delle vecchie lire, intaccando pesantemente il patrimonio di famiglia. Fortunatamente non ho conosciuto l’esperienza che molti altri sono costretti a fare, quella dell’usura».
Come è arrivato al Centro di Campoformido?
«L’incontro con il Centro è stato forzato, mi ci hanno portato quasi di peso. Io non mi rendevo conto di quanto male stavo facendo alla mia famiglia, all’azienda. Un giorno la mia segretaria, che aveva capito, ha parlato coi miei figli, ha aperto loro gli occhi. Da lì è venuto il resto».
Quanto contano i familiari nel cammino da percorrere?
«Moltissimo. A loro vengono dapprima insegnati alcuni accorgimenti che sono fondamentali per mettere alle strette il congiunto che gioca. Quando mi hanno tolto il libretto d’assegni è stato come se mi avessero tagliato una mano. Eppure quello è un passo fondamentale. Poi gli incontri aiutano le persone a ritrovare fiducia in sè stesse e negli altri. Il giocatore perde dignità e personalità, perde gli amici, i contatti con il mondo esterno, si ritrova davanti solo porte chiuse, ma quando se ne rende conto è quasi sempre troppo tardi. A un certo punto mi sono trovato a non essere un bravo padre nè un bravo marito nè un bravo imprenditore, ma mi sentivo un grande e non contemplavo la possibilità di chiedere aiuto. É stato solo con l’appoggio della mia famiglia, persino con quello di mio padre che ho la fortuna di avere ancora, che sono riuscito a venirne fuori».
Che rapporto ha oggi con il gioco?
«Nonostante tutto, non riesco a odiarlo. Il primo anno avevo avuto qualche tentazione, oggi non ci penso più. Mi sono lasciato tutto dietro le spalle, perchè ho trovato motivazioni forti per cambiare».
Che cosa vuol dire a chi si accosta ai gruppi terapeutici per la prima volta?
«L’approccio terapeutico di questi centri è veramente importante, il 90 per cento delle persone che ho conosciuto hanno riconquistato fiducia in sè stesse e negli altri. Ci sono state persone che, una volta uscite dalla dipendenza, si sono sposate, hanno avuto dei figli. Io stesso vivo un’esistenza nuova, perchè oggi conosco il piacere di fare tante cose con i miei cari, sto ritrovando assieme a loro il gusto della vita, anche nelle piccole cose di ogni giorno».