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Terapie di gruppo per guarire: alcune testimonianze raccolte dall'autrice al Centro di terapia per i giocatori e le loro famiglie di Campoformido
Irene: "Solo al casinò per me avveniva il miracolo dell'oblio"
Proponiamo alcuni brani dal libro di Silvana Mazzocchi "Vite d'azzardo": Giovanni: "Provai una sensazione stupenda, un'euforia assoluta. L'estasi, la ricchezza erano raggiungibili senza la fatica della costruzione. Ero stato abile. Mi sentivo onnipotente, invincibile. Mi crogiolavo nella convinzione di possedere doti eccezionali. E di essere giustamente premiato per questo. Credo che fu quell'episodio a farmi superare il confine. Aver vinto quei soldi tutti insieme costituiva la prova che possedevo davvero quell'intuito superiore con il quale mi ero sempre cimentato. Da allora, senza più fermarmi, mi incamminai nel gioco patologico". Paola: "Eppure io l'avevo sognato. Avevo visto nel sonno che per me sarebbe finita male. Sì, il giorno prima di vincere quei cinque milioni, avevo sognato che sarei finita spellata. E non era la prima volta che vedevo quelle immagini: avevo sognato spesso un coniglio spellato che veniva trascinato dalle onde in una tempesta. Una volta, però, nel sogno c'ero io che cercavo di portare in salvo il coniglio spellato. Eravamo in mare, travolti da un'ondata enorme, paurosa; io riuscivo ad afferrare il coniglio e lo portavo a riva. Ma era già morto". Irene: "Era stato in quel periodo, mentre mio figlio più giovane attraversava l'adolescenza e mi scaricava addosso la frustazione per non avere un padre da cui staccarsi, che avevo incontrato il gioco. Quelle macchinette colorate, che non mi chiedevano nulla e che mi concedevano di dimenticare tutto, mi sembrarono salvifiche. Avevo cominciato per caso e avevo continuato. Con sempre più intensità e ardore. Dopo la scuola ormai correvo a Sanremo quasi tutti i giorni. Non potevo più fare a meno di quel luogo dove avveniva il miracolo dell'oblio. Scendevo in un precipizio e invece mi sembrava di sfrecciare libera nell'aria. Un'illusione mi faceva star bene. Alemno finchè ero dentro al Casinò. Fuori era il tormento. Di notte pensavo al giorno dopo, quando sarei potuta correre a giocare. Cominciai a perdere, a dar fondo ai pochi risparmi. Non andavo più al cinema, disertavo il teatro, un'abitudine assidua e mai trascurata neanche nei momenti più difficili. Non frequentavo più gli amici di sempre, quelle poche persone che mi avevano sostenuta in tutti quegli anni di fatica e di solitudine. Non mi curavo più neanche di Vittorio. Mentre i nostri rapporti peggioravano". Antonio: "Una notte, l'ultima, avevo perso undici milioni. Guidavo, all'alba, verso casa quando mi aveva ripreso quel tremore disperato che conoscevo così bene. Pensai in un lampo:è la stessa angoscia di quella volta che sono caduto nel pozzo aperto. Mi accorsi di essermi messo ad urlare forte, mentre guidavo. Urlavo, e chiamavo Lucia e i miei figli. Tanto valeva ammetterlo: ero diventato dipendente dal gioco d'azzardo. E quel legame coatto aveva ucciso ogni creatività dentro di me, trasformando la mia voglia matta di bambino in umiliazione. Ho ancora voglia di giocare, ogni tanto. E dopo aver cominciato al terapia, sono ricaduto qualche volta. A Nova Gorica. Ma avrei voluto farlo anche a Tenerife. Ci siamo andati a Pasqua, con mia moglie e due figli. Lo avevo detto a Lucia: in vacanza, lasciami divertire, almeno per una sera. Non mi può far male, non si può solo lavorare, nella vita. E ho ricominciato. I miei figli non sanno niente. Loro lavorano con me. Non reggerei il loro giudizio. Se sapessero la verità, potrebbero perdere il rispetto per il loro padre e non potrei sopportarlo"
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