Storie vere di giocatori estremi. «Vere» perché sono i protagonisti stessi che parlano attraverso asciutti racconti. Giocatori di roulette soprattutto, come il protagonista del famosissimo romanzo di Dostoevskij, ma anche le slot, i videogiochi e persino il lotto hanno un loro spazio; giocatori che arrivano al limite in cui la loro esistenza si spezza o precipita nella rovina materiale e psicologica, a un breve passo talora dallautodistruzione fisica.
E ora ex giocatori, uomini e donne che si sono affidati alla terapia di gruppo (perché ci sono di mezzo le famiglie a loro volta devastate da questi sprofondamenti). Tira unaria di famiglia: sono storie di queste parti, dove le case da gioco stanno praticamente a due passi a differenza che nel resto del Paese. Sto parlando del libro di Silvana Mazzocchi «Vite dazzardo. Storie vere di giocatori estremi», edito da Sperling & Kupfer.
Rolando De Luca, che è il responsabile del centro di Campoformido, le introduce, mettendoci subito davanti la figura del giocatore dazzardo patologico, ma cercando anche di non demonizzare il gioco. Intanto le cifre: si calcola che la dipendenza da gioco dazzardo riguardi meno del tre per cento di coloro che lo praticano. Tutti sono mossi da un desiderio di libertà e di trasgressione. Tutti rivelano che il gioco dazzardo non è la causa, bensì il collettore di angosce profonde e che infine esso è come una «lastra di ghiaccio» che copre ben altri buchi esistenziali. Inoltre, De Luce, dal suo osservatorio privilegiato che con il libro diventa un po anche il nostro, vede che il giocatore dazzardo patologico possiede una riserva di insospettabili energie, e conclude così: «Se è vero che il gioco può essere per alcuni un tunnel senza vie duscita, è altrettanto vero che per altri il tunnel può essere percorso e diventare, anzi, unoccasione unica e irripetibile di cambiamento».
Ecco, a mio parere, lelemento nuovo che il libro ci fa vedere al di là degli stereotipi che conosciamo bene. In qualche modo, la vita spezzata di chi si perde al tavolo verde appartiene già e forse da sempre al nostro comune immaginario. Da sempre e in tutte le latitudini si gioca dazzardo. Magari non conosciamo i dettagli di quell«estasi» da cui il giocatore è preso, soprattutto nei momenti in cui gli sembra di avere addomesticato il caso: un «sentirsi sospesi in alto», come leggiamo in una delle storie raccontate dalla Mazzocchi. E siamo incuriositi da tanti altri aspetti di unesperienza che si ripete come un rituale, ascesa e caduta, delirio di onnipotenza e inesorabile scivolamento nel fondo di un pozzo.
Ma che il giocatore, e perfino il giocatore che ha superato la soglia, abbia come tale una riserva di possibilità innovative e trasformatrici, esce alquanto dallo stereotipo comune (e secolare). Avremmo dovuto sospettarlo, visto il fascino che il giocatore ha sempre sprigionato. Ma è quello che di solito, e per molte ragioni, non viene detto. Di solito, infatti, lo stigma morale sul gioco dazzardo trascina nella stigmatizzazione il gioco nel suo complesso e tutti quelli che giocano, ad eccezione dei bambini. Si ritiene di solito che il gioco, quando non è dannoso, sia inutile, socialmente e individualmente sterile. E non appena il dio denaro vi si affaccia, ecco lì la mano pelosa del diavolo. Paradossalmente questo libro non è quel «cave diabolum» che sembra essere nel racconto di quindici vite che si autodistruggono, ma potrebbe funzionare come linvito ad avvicinare lo sguardo per scoprire limportanza e lutilità del gioco.
Tre su cento vengono catturati dalla dipendenza, diventano giocatori patologici, come imparano a dire loro stessi, cioé tutto il giorno non pensano che al momento in cui andranno a «giocare», con la mente fissata su quelloasi di gioia, mentre ogni altra cosa perde valore, le amicizie, il sesso, il cibo, la salute. Ma gli altri novantasette? E tutti quelli che non sono «giocatori» e pure si incontrano quotidianamente con lazzardo? La parola «azzardo» ha alla sua origine il tiro dei dadi, lalea. Ciascuno di noi va incontro al caso, accetta una sfida con gli eventi, con se stesso, e infine con la morte. Nella sfida abita un godimento che può essere molto intenso. Ma ciascuno di noi ha un suo modo, una propria capacità di affrontare la sfida. Se ha torto chi si illude di essere padrone del caso, non ha certo ragione chi se ne tiene rigorosamente alla larga. E in fondo tutti e due delirano allo stesso modo: il primo sfodera la propria onnipotenza e si crede sempre un vincitore, mentre non lo è e non lo può essere, il secondo, che rappresenta la maggioranza dei cosiddetti normali, crede di essere al sicuro e delira di poter tenere lontano da sé il caso. Filosofia e psicanalisi, quando non imbrogliano le carte e vanno al fondo del soggetto umano, hanno molto da dire in proposito.
Ma anche quei tre su cento, quelli che hanno percorso il tunnel, sanno dirci qualcosa di essenziale. Per esempio: «Che non è indispensabile essere sempre il numero uno. Che bisogna imparare a essere se stessi, a saper perdere. Che non cè bisogno di sconfiggere la morte fin dalla nascita». Le loro storie, nessuna esclusa, sono i percorsi di una volontà di onnipotenza che si conferma e poi si spezza al tavolo da gioco.
Vicende di individui che per tante ragioni si sottraggono al gioco della vita e cercano compensazione e apoteosi al tavolo verde. Ma, come è in perdita il gioco della vita, così il tavolo verde non può che produrre perdita. Il gioco dazzardo, nella sua simulazione del gioco della vita, può forse insegnare a «giocare»? Non sarà magari da qui che si libera quellinattesa energia che i giocatori estremi, se non soccombono, mostrano di possedere?
Bisognerebbe raccontare le storie anche degli altri novantasette (tra i quali mi metterei anchio), farsi dire da loro come riescano a entrare e a uscire dal gioco, se e come hanno imparato questo esercizio dal gioco stesso, se e come arrivino a utilizzare la loro sfida simbolica. Chissà che attraverso queste storie non estreme si potesse far capire a tutti gli altri come e perché essi seguitano a demonizzare il gioco. Che cosa stanno perdendo nel loro apparente guadagno.
Non discuto la dipendenza da gioco dazzardo: è palpabile. Ben vengano intelligenti terapie di gruppo che facciano capire a chi è caduto nel pozzo che ha disimparato a giocare, proprio lui, il giocatore. Il quale, comunque, non dirà mai di aver perso del tutto la voglia di giocare.
Vorrei solo ricordare che la pratica del gioco e la cultura del gioco ci permettono di snidare e allentare altre dipendenze, che nessuno chiamerebbe mai patologiche. Se gli altri novantasette raccontassero le loro storie, molti di loro ci direbbero per esempio che attraverso il gioco hanno imparato ad allontanarsi un poco da un rapporto possessivo e quasi sacrale con il denaro, inculcato in loro fin da bambini e rinforzato ad ogni angolo dellesperienza sociale. È alquanto controcorrente come considerazione, me ne rendo conto, ma potremmo cominciare a far girare la voce.