E insomma, a sentire Danilo Salvato, direttore della sala Bingo di Trastevere, la più grande e forse meglio organizzata fra quelle della capitale, «il Bingo finisce per essere un’occasione per socializzare, per ammazzare qualche ora che altrimenti si sarebbe passata in solitudine, e in fondo giocare a questa tombola spendendo 1,50 euro a cartella non è poi un vero azzardo, ma qualcosa che ricrea l’atmosfera di famiglia. Si gioca, ma si fanno anche buone amicizie, si mangia, si beve…». E si fischia, come recita la leggenda popolare, a proposito dell’isola di Ischia.

Sarà anche così, ma intanto la sora Maria, ’na ’nticchia sotto gli 80, alza lo sguardo smarrito sulla "socia" Adriana Canciani che, invece, di anni ne ha 82, e sbotta: «Adriana mia, non è passata manco un’ora e già perdiamo 40 euro, dà retta, ’mparamo a giocà a bocce». Ma Adriana ride e tira avanti. «Sa», racconta, «la prima volta che abbiamo giocato, abbiamo fatto Bingo due volte. Che emozione. Me lo dice mia figlia: attenta ma’, che ti fa male. Ma che vuole, rido e mi emoziono, mica capita sempre. Oggi però non va tanto bene…».

Carmen Popa, una delle tante ragazze che hanno trovato lavoro grazie al Bingo, si avvicina e propone altre cartelle: «Signorì, dacce quella che vince». «I pensionati ci fanno tutti la stessa richiesta», sorride Carmen, che ha l’aria di quelle che il Bingo l’ha centrato davvero, trovando questo posto di lavoro, «a loro sembra sempre di stare alla tombola di famiglia, hanno lo stesso tipo di comportamento». Ma non è così, i Bingo corrono alla velocità di un martello pneumatico e i ragazzi che lavorano qui hanno un obiettivo che debbono centrare costantemente. «Fra una giocata e l’altra», spiega Salvato, «non debbono passare più di sette minuti, altrimenti l’impresa ci rimette. Dobbiamo essere bravi, gentili ma veloci, non possiamo perderci dietro il pensionato che ci chiede la cartella giusta».

Alcune immagini della sala Bingo
di Trastevere, a Roma,
una delle più affollate d’Italia,
frequentata da molti pensionati,
ma anche da tanti giovani.

Gli euro della sora Maria si sono involati e l’allegria non resiste a lungo sul volto di questi anziani che vengono a spendere per pagarsi qualche ora di emozione e in compagnia. Ovviamente non è così per tutti, la signora Roberta, per esempio, gioca per altri motivi: «Sono una casalinga realizzata e con una bella famiglia, vengo qui perché il gioco è anche una passione che si eredita e io l’ho ereditata dai miei zii». Mario è un ricco e affascinante gioielliere che scappa qualche ora al giorno per giocare di nascosto dalla moglie: «Sono un giocatore da casinò, in mancanza del tavolo verde, anche il Bingo va bene. È l’atmosfera, sa…». E l’atmosfera tradisce anche Massimiliano Scatena, agente immobiliare e anche attore: «Questo gioco mi rilassa e mi permette di fare nuove amicizie. Spesso, dopo qualche giocata, ce ne andiamo a mangiare una pizza tutti insieme. Questo gioco è affascinante, ma anche socialmente utile: ha dato lavoro a tanti ragazzi e tolto dalla strada i vecchietti che sono disposti a pagare per non annoiarsi». Ma pensa un po’!

 

E LO STATO CURERÀ CHI ESAGERA
«Non esiste uno Stato che organizza il gioco d’azzardo a danno dei suoi cittadini, e cittadini innocenti che vengono traviati dallo Stato "biscazziere"; ci sono i cittadini che giocano da che mondo è mondo, le autorità pubbliche che cercano di regolamentare un settore che altrimenti sarebbe preda delle organizzazioni illegali, e ora anche la volontà di rivedere tutta questa materia per eliminare i risvolti socialmente più dannosi». Manlio Contento è il sottosegretario al ministero dell’Economia che si è preso il compito di riorganizzare da cima a fondo il cosiddetto "azzardo" di Stato.

È una frase detta per sedare le tante polemiche, oppure il Governo ha in mente qualcosa?
«È una linea di intervento, perché ci rendiamo conto perfettamente che ci sono risvolti sociali che sono sotto gli occhi di tutti e c’è una fascia di giocatori che soffre di devianze serie. Anche se i dati che abbiamo, grazie a un’indagine conoscitiva che la Commissione Finanze del Senato sta portando a termine, ci dicono che l’area della devianza vera e propria non è estesa, e inoltre gli italiani spendono nel gioco molto meno degli altri cittadini europei; fra i Paesi maggiormente sviluppati siamo nettamente ultimi: il 3 per cento scarso dello stipendio mensile».

Ma sempre azzardo è...
«Non esattamente: il gioco esiste e coinvolge in varia misura tutte le fasce di popolazione. In Italia si giocano circa trentamila miliardi l’anno, una parte dei quali entra nelle casse dello Stato che ne beneficiano ampiamente, non lo nego. Bisogna precisare inoltre che il cosiddetto "azzardo", nel nostro Paese, almeno se parliamo di legalità, è ridottissimo. La maggior parte delle iniziative pubbliche sono "concorsi a pronostico" ovvero giocate dove c’è il preciso intervento dello scommettitore. Comunque, far finta che i problemi non esistono non serve; farsi carico di regolamentarli ed eliminare gli inconvenienti mi sembra più serio. Tutti sanno che, Stato o no, il cittadino ormai può giocare direttamente utilizzando Internet; cosa dovremmo fare? Bloccare tutti i computer?».

E allora?
«Pensiamo di aumentare la quantità di risorse, che provengono dai vari giochi, per la cura e il recupero delle devianze prodotte dalla dipendenza da gioco».

Non si fa prima a ridurre questa mania collettiva, eliminando un po’ di questo baraccone?
«Credo che, come sempre, bisogna farsi guidare dal buon senso. All’inizio dell’estate la Commissione parlamentare terminerà il suo lavoro. Poi, toccherà a noi agire operando con buon senso, realismo e buona coscienza, tenendo conto di tutto».